
La copertina del libro di Anna Banti, pseudonimo di Lucia Lopresti
Anna Banti è lo pseudonimo di Lucia Lopresti, moglie del critico d’arte Roberto Longhi, il primo a riportate alla memoria delle storia dell’arte il nome di Artemisia Gentileschi, riconoscendole valore e talento. La Banti scrisse inizialmente la vita della pittrice sotto forma di racconto, che andò però distrutto durante la seconda guerra mondiale. Quello che possiamo leggere oggi è la seconda stesura del testo, che la Banti realizzò tra il 1944 e il 1947. L’autrice stessa accenna ogni tanto alla sua “Artemisia perduta”.
Che dire. Si tratta di un testo del tutto particolare, che è difficile inquadrare in un genere. L’autrice sceglie di dipingere Artemisia come una donna che soffre, che soffre troppo, di un dolore che la invecchia dentro e che la fa sentire prepotentemente sola. Lo stile è molto particolare, schietto, diretto, incisivo, con uno spazio a certe espressioni toscane che sembra di sentirle pronunciare. La donna raccontata dalla Banti è una donna unica, eccezionale: c’è poco spazio per la sua arte però, le sue opere sono citate en passant ogni tanto, il testo è più dedicato a quello che si agita in Artemisia: Artemisia la ragazzina stuprata da un uomo che la sposerebbe, se lei accettasse di ammettere, in pratica, di essere stata con svariati uomini e quindi di non aver perso la verginità nello stupro; Artemisia la pittrice che ha un rapporto difficile con il padre, anch’esso pittore, che fatica a rivolgerle la parola dopo lo stupro, perchè Agostino non ha subito nessuna pena; Artemisia la moglie assente di un uomo che l’ha sposata quasi senza rendersene conto, e che bada alla sua integrità di donna onesta nonostante la sua bellezza e le sue vicende provochino chiacchiere e pettegolezzi; Artemisia la moglie devota, grata al marito tranquillo che le dona un po’ di calore e serenità; Artemisia la pittrice che ha un fratello meraviglioso che cerca di vendere la sua arte, e finisce per provocare la fine del suo matrimonio; Artemisia la madre che va a Napoli, incinta, e partorisce una figlia che non la amerà mai, fredda e dura; Artemisia che parte, per l’Inghilterra, con la speranza che qualcuno la fermi, col dolore di un marito che l’ha ripudiata per una straniera. Artemisia, la donna.
E’ difficile, in alcuni casi, scindere il dolore raccontato dalla pittrice da quello dell’autrice, vittima dei bombardamenti, che ha partorito un figlio morto. Ci sono momenti in cui la narrazione è quasi ambigua, e sembra parlare di un dolore condiviso, di un dolore sentito e trasferito su una figura lontana tre secoli, e ci si scopre a dire “queste sono Artemisia e Anna”. E’ un dolore vivo quello che viene raccontato, di una donna che invecchia, ignorata nella vecchiaia, senza mai un uomo accanto, sempre giudicata vedova. E’ commovente quando, dopo la richiesta del marito di annullare il matrimonio, lei si senta davvero vedova e lo ammetta con le lacrime agli occhi.
Ci sono immagini, in questo testo, che è facilissimo immaginare, vivide come sono nella descrizione. La prima riguarda i Gentileschi padre e figlia: una sera, Orazio torna a casa e vede la figlia intenta a disegnare, e ne riconosce l’innocenza. Sua figlia sta al buio, non s’affaccia mai alla finestra, non alimenta chiacchiere e pettegolezzi. Sua figlia si vergogna delle chiacchiere di Roma su di lei.
E allora padre e figlia cenano insieme, finalmente, uno di fronte all’altra: e pare di vederli, silenziosi e col capo chino, come figure in ombra contro una luce vaga. E’ tenera, come immagine, perchè è allora che si riconciliano, anche se per poco.
L’altra è il dolore che Artemisia nasconde nella mano, davanti agli occhi, perchè il fratello non veda le lacrime. Le ha appena comunicato che suo marito Antonio vuole annullare tutto, vuole sposare una straniera. E Artemisia, seduta al tavolo, si nasconde gli occhi con una mano sulla fronte, e il fratello la rispetta, sentendo la grandezza fragile di questa donna che soffre troppo, soffrirà sempre troppo.
Non è un romanzo sull’arte di Artemisia Gentileschi. E’ un romanzo sui suoi rimpianti, sui suoi sbagli, sul suo essere donna in un mondo per uomini, e sul suo rammaricarsi, sul suo pensare: “se non fossi donna”, che è la cosa peggiore che possa capitare a una donna. E’ un’Artemisia umana quella che ci presenta la Banti, e dietro di lei vediamo anche il dolore di un’autrice dilaniata dalla guerra e dalla morte di suo figlio, che in Artemisia trova un’amica.
Da leggere.
recensione pubblicata anche su amazingreaders.iobloggo.com
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