Il debito mette l’euro in allarme

L’euro entra in tensio­ne per le crisi della Grecia e del­l’Irlanda e in misura minore per le situazioni della Spagna, del Portogallo e di Malta. «Siamo preoccupati per l’aumento degli spread sul livello del debito, in particolare per Grecia ed Irlan­da», ha sottolineato il commis­sario UE agli Affari economici Joaquim Almunia. «Ogni giorno assistiamo ad un aumento degli spread», ha aggiunto, sottoline­ando che «in certi casi l’aumen­to del debito a causa delle politi­che di stimolo fiscale rende più difficile preservare la sostenibi­lità di bilancio». Ecco perché è necessario «rassicurare i merca­ti sul fatto che la posizione di bi­lancio del medio termine sui prossimi tre o quattro anni è so­stenibile».

Negli ultimi tempi si è comincia­to a discutere degli effetti delle politiche fiscali dei singoli Paesi sulla valuta comune e sull’oppor­tunità o meno di aiutare i Paesi dell’Eurozona che finiscono nei guai. Il Trattato di Maastricht non lo prevede, anzi, lo esclude. La logica è che se un Paese spende troppo e si indebita, deve tirar­sene fuori con le sue sole forze, facendo i sacrifici necessari. In caso contrario esisterebbe un for­te incentivo a rompere la disci­plina fiscale, tanto a pagare sa­rebbe il Pantalone europeo. Il problema è che se il Paese biri­chino decide invece di non fare nulla, oggi come oggi non va in­contro a una particolare penaliz­zazione. Gli effetti si manifeste­rebbero casomai sull’euro, che potrebbe perdere un po’ della sua serenissima stabilità. L’aumento dei tassi d’interesse, che diver­rebbe probabile, spalmerebbe i suoi effetti sull’intera Eurozona, con sacrifici per il Paese mene­freghista sicuramente minori che se avesse agito.
Presupposto di questo è che non sia possibile obbligare un Paese che ha aderito all’euro a ritirarse­ne (il che è assolutamente esat­to) e che comunque per esso ri­sulti troppo costoso uscire dal si­stema valutario di propria ini­ziativa. Questo non è del tutto si­curo, anche se si sa che il costo immediato sarebbe alto e quello differito forse altissimo.

I due Paesi dell’euro che più han­no fatto inquietare al riguardo so­no la Grecia e l’Irlanda. Nella pri­ma il bubbone è scoppiato quan­do il nuovo governo socialista ha scoperto che le cifre diffuse dal governo precedente erano total­mente false: nel 2009 il deficit di bilancio non era stato il 3,7% del PIL, ma addirittura il 12,5%, con un debito pubblico pari al 113%. (Questa situazione ha provocato all’inizio di quest’anno una pe­sante condanna da parte di Eu­rostat, che ha detto che i dati pro­venienti dalla Grecia non sono af­fidabili a causa di interferenze po­litiche sugli istituti statistici.) Il «fronte greco», per usare una me­tafora militare, si è messo tutto in moto in poco tempo, interrom­pendo anche l’apprezzamento dell’euro rispetto al dollaro. Si è ventilato un salvataggio da parte dell’Unione europea, anche a causa di una dichiarazione di An­gela Merkel; si è parlato di un in­tervento dell’FMI, che ha in effet­ti mandato una delegazione ad Atene – ma, si dice, solo per forni­re assistenza tecnica, non per di­scutere un eventuale prestito.

Il governo socialista ha dato am­pie assicurazioni riguardo alla propria volontà e possibilità di invertire la rotta e viaggiare ver­so la stabilità fiscale. Grazie a una serie di misure tra cui il ta­glio degli stipendi pubblici, Ate­ne conta di diminuire il disavan­zo di 3,6 punti percentuali del PIL e di arginare il debito intor­no al 120%. «Si tratta di recupe­rare la nostra credibilità», ha det­to il primo ministro Iórghos Pa­pandreu. Ma anche se il nuovo presidente del’UE Herman van Rompuy ha detto che la Grecia sta già prendendo le misure ne­cessarie, i mercati esprimono qualche dubbio e chiedono per finanziare il debito ellenico in­teressi sempre più alti rispetto a quelli tedeschi. Questo rincaro avvicina il Paese a un default che avrebbe effetti a domino su mol­ti altri Stati dell’Eurozona e sul­lo stesso euro. Questo potrebbe essere evitato da un sostegno concertato dell’UE, ma un tale sostegno provocherebbe la ri­chiesta di controllare la spesa pubblica greca, che è l’àmbito più tipico sul quale si esercita la sovranità popolare.

L’Irlanda sta vivendo una crisi altrettanto profonda, ma senza falsificazioni. La bolla immobi­liare degli anni Zero è scoppia­ta, l’economia è entrata in crisi e il deficit pubblico è passato da 12,7 miliardi di euro a 24,6 mi­liardi. Consapevole della neces­sità di recuperare l’immagine di affidabilità del Paese, il governo ha introdotto tagli di spesa e ri­sparmi anche sugli stipendi, con l’obiettivo di portare il deficit a 18,7 miliardi di euro. La stretta comporterà una diminuzione del PIL dell’1,5% dopo il -7,5 del­l’anno scorso. I mercati finanzia­ri stanno comunque tenendo d’occhio molto da vicino non so­lo la Grecia e l’Irlanda, ma an­che – ed è grave – il Portogallo, che rischia il downgrading da parte di Moody’s e di Fitch. Il de­ficit pubblico nel 2009 è triplica­to all’8%, mentre l’economia si contraeva del 2,5% e il debito raggiungeva il 77% del PIL. Mol­to dipende dal budget per que­st’anno. Ma intanto gli spread con le obbligazioni tedesche stanno salendo.
Paolo Brera

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