Strage di Bologna, misteri di Stato e silenzi rumorosi

Non c’è nulla di più rumoroso del silenzio, specie quando un governo democratico si assenta inspiegabilmente da una cerimonia in memoria delle vittime. Si sono dette tante cose sulla strage di Bologna, sul terrorismo nero degli anni ’70 e sulla deriva violenta che sarebbe culminata con l’eccidio di quel maledetto 2 ottobre 1980. Nel giorno della stage, però, è bene ricordare un po’ di cronaca.

Erano le 10,25 di un comunissimo sabato mattina, alla sala d’aspetto numero due della Stazione Centrale di Bologna. C’erano turisti, pendolari, vacanzieri. A quel punto esplose una bomba – contenuta in una vecchia valigia che era stata collocata lì con un detonatore a tempo – facendo 85 morti e provocando il ferimento di altre 200 persone, molte delle quali rimasero per sempre mutilate. La deflagrazione provocò il crollo dell’ala ovest dell’edificio. L’edificio era di fabbricazione militare.

La strage visse un’indagine giudiziaria che subì sin dall’inizio depistaggi, tentativi di far pensare a un incidente, a una fatalità.

Poi arrivò un processo. Solo il 23 novembre 1995 la Cassazione condannò come esecutori materiali dell’attentato, i neofascisti dei Nar Giuseppe Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, che si sono sempre professati innocenti; mentre altre persone, tra cui l’ex capo della P2 Licio Gelli, furono imputate e condannate per il depistaggio delle indagini.

Non s’è mai trovato il “mandante”, occulto o no che sia. Ma tra tutte le ipotesi, forse più da “wargame” che ricostruzioni reali, la più suggestiva è quella che ricollega la strage di Bologna a Ustica e la tragedia del DC-9, avvenuto proprio pochi mesi prima (il 27 giugno). Si parlò di un fallito attentato a Gheddafi, organizzato dai servizi segreti di chissà quale Stato, alla base di Ustica; e di una vendetta dei servizi segreti libici – o dei servizi di loro Paesi amici – proprio a Bologna, città dal cui aeroporto il DC-9 era partito. Altri, tra cui l’ex presidente della Repubblica Cossiga, avrebbero invece parlato di una pista palestinese. Altri ancora parlarono di una strage commessa dalla Cia e dal Mossad, i servizi segreti americani e israeliani.

Quello che fa riflettere ma sconcerta, di fronte all’orrore di una tragedia che ancora oggi è ben vivo negli occhi e nel cuore degli italiani, è come un governo possa rinunciare a partecipare alla memoria per una questione politica. Non per mancanza di rispetto – è una sensazione, ma ditemi se sbaglio – ma per paura di contestazioni, il presidente del Consiglio Berlusconi e i suoi ministri preferiscono non esserci. Perché ancora oggi Bologna è considerata una città rossa, anche quando l’unico rosso che colora la mente, in un giorno del genere, dev’essere il sangue di tanti connazionali, periti in quello che è stato definito il più grave atto terroristico avvenuto in Italia nel secondo dopoguerra.

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