Il ministro della Funzione pubblica Renatro Brunetta colpisce ancora. La circolare 11/2010 dello scorso 6 agosto impone una nuova condizione a chi aspira a far carriera nella pubblica amministrazione. Attraverso un’interpretazione della legge 150/2009, facente parte della mai realizzata riforma Brunetta, la circolare stabilisce che chi ricopre un ruolo dirigenziale nel sindacato o in un partito politico non può essere promosso al vertice di una struttura che gestisce il personale.
Nel caso qualcuno decida comunque di accedere ai piani alti, deve lasciare l’incarico e aspettare poi due anni. Per chi raggira la norma sono previste sanzioni pesanti, compreso il licenziamento in tronco.
Non si sono fatte attendere le reazioni dei sindacalisti.
Rossana Dettori, segretaria generale della Funzione Pubblica CGIL, attacca:
Una norma folle, soggetta peraltro alle interpretazioni più varie. Basti pensare che chiunque abbia un incarico sindacale diventa automaticamente un dirigente. Questa iniziativa è solo un altro modo di logorare il sindacato dall’interno, trasformando i diritti in una materia estranea alla contrattazione. Decide il governo per tutti e basta. A onor del vero, era nel programma elettorale comprimere gli spazi dei lavoratori, e ci stanno riuscendo benissimo.
Il ministro replica:
Il futuro dirigente può essere iscritto a un partito o a un sindacato ma non deve aver ricoperto negli ultimi due anni un qualche incarico perché non sorga il cattivo pensiero che si strumentalizzi una delle due cariche per ottenere dei vantaggi nell’altra.
Il problema, quindi, sarebbe il conflitto di interessi.
Maurizio Cozza, sindacalista medico CGIL, non ci sta:
Quando un dirigente assume un incarico importante in un ente, è ovviamente corretto abbandonare la carica. Sta nell’etica e all’intelligenza delle persone, secondo una tradizione fin qui solida. Ma adesso il problema è diverso, perché di fatto si impedisce di esprimere un diritto forte dei lavoratori, cioè la libera rappresentanza, in nome di un presunto conflitto di interessi. È bizzarro che proprio questo governo, con il ruolo di Berlusconi premier, ministro dell’industria, capo di partito e proprietario di mille attività strutturali per il paese, si ponga il problema di verificare la correttezza del singolo delegato sindacale nell’ipotesi in cui dovesse salire nella scala organizzativa.
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