Il colonnello Muhammar Gheddafi ha deciso di arrivare in Italia con due giorni di anticipo. Come al solito, il suo arrivo sarà uno show, o una buffonata a seconda dei punti di vista: già previsti tenda d’ordinanza e 30 cavalli libici.
Poco importano le ombre passate e presenti del dittatore libico, anche se nessuno lo chiama più così ormai. Da quando, nel 2008, è stato siglato il Trattato dell’amicizia tra i due paesi, la figura di Gheddafi despota, guerrafondaio, terrorista e finanziatore dell’immigrazione clandestina è caduta nel dimenticatoio.
Meglio rinfrescarsi la memoria.
Nel 2003 gli USA avevano trovato un’intesa per sistemare Saddam prima della soluzione armata: l’esilio in Libia. Berlusconi fece da mediatore, ma Gheddafi sparò alto sul prezzo e pretese informazioni militari che Bush non voleva rivelare. Fu così che saltò la riunione della Lega Araba del 22 febbraio, che avrebbe dovuto ratificare la richiesta di esilio. Il 20 marzo 2003 le forze della coalizione danno il via alla missione Iraqi Freedom aprendo un conflitto che perdura ancora. E pensare che si sarebbe potuto evitare.
Altra questione è la violazione dei diritti umani. La Libia sta contribuendo con l’Italia sul fronte emigrazione (Maroni ha di recente sparato un fantasmagorico calo dell’88%), accogliendo i profughi respinti. Accogliere è forse una parola grossa. A luglio, 245 clandestini del centro di Misurata sono stati trasferiti a Sebha nel sud della Libia. Attraverso un cellulare ben celato al momento della perquisizione, i detenuti hanno potuto lanciare al mondo il proprio grido d’aiuto
Siamo in una prigione sotterranea. Ci torturano a tutte le ore. Ci insultano, ci picchiano. La tortura è frequente, tutto è frequente.
Tuttavia, nessuno può andare a controllare la situazione. L’Italia è un paese amico, si diceva, però i giornalisti nostrani non possono metter piede in terra libica: si vede che Gheddafi condivide con Berlusconi la stessa simpatia per la carta stampata. La Federazione Nazionale della Stampa Italiana ha lanciato oggi l’appello al ministro Maroni affinché chiarisca su questo embargo dell’informazione e si possa investigare. In aggiunta, il 2 giugno è stato chiusa chiusa l’Agenzia dell’ONU per i rifugiati. Il direttore per il centro italiano per rifugiati Cristopher Hein ha scritto una lettera a Giorgio Napolitano per denunciare il trattamento riservato ai migranti eritrei e somali e la difficoltà nel reperire informazioni.
Eppure, Gheddafi è il grande amico dell’Italia, il Capo di Stato straniero che negli ultimi anni ha più volte fatto visita al Bel Paese, nonostante le malefatte e i dubbi. Mai un passo indietro o un ripensamento sul rapporto con la Libia.
Sì, perché c’è qualcosa di ancora più acre che copre il puzzo delle nefandezze: l’odore dei soldi.
La Libia è un partner economicamente fondamentale: molte aziende italiane sguazzano nella relazione privilegiata tra i due paesi. L’ENI è l’attore protagonista: ogni giorno estrae in Libia 800mila barili di petrolio. E poco male se deve ricambiare con tasse esose e investimenti tipo i 150 milioni di dollari stanziati per un corso di formazione di ingegneri libici che saranno poi assunti nella stessa società petrolifera italiana.
Nel dicembre del 2008, una nota della presidenza del Consiglio annunciava l’intenzione della Libia di comprare il 10% della ENI attraverso tre passaggi. Le oscillazioni della borsa hanno poi impedito di agire, ma pare che ora Gheddafi sia pronto a tornare alla ribalta acquisendo il 15%.
Il secondo fronte è quello Unicredit. Nell’autunno 2008, in piena crisi dopo il fallimento della Lehmann Brothers, Gheddafi diede una grossa mano alla banca di Profumo. Nelle scorse settimane la Lybian Investment Authority, fondo governativo con 50 miliardi di euro in dotazione, ha aumentato le sue azioni dal 2 al 7,05%. In cambio, Unicredit ha ottenuto la licenza per aprire uno sportello bancomat a Tripoli.
Ma ci sono molte altre imprese che giocano le proprie carte in Libia. La Sirti, società di infrastrutture per le telecomunicazioni, sta installando 7mila km di fibra ottica: guadagnerà 68 milioni di euro. Per l’analoga mansione, la Prysmian, il settore cavi di Pirelli, riceverà 35 milioni dalla Libya General Post and Telecommunications Company.
La torta più grande se l’è accaparrata l’Impregilo che ha vinto un appalto da 1 miliardo di euro per tre sedi universitarie. La Augusta-Westland, del gruppo Finmeccanica, fornisce elicotteri e insegna come guidarli. La Co.Ge.L aveva provato a investire su culto del leader, finanziando la realizzazione di un museo dedicato a Gheddafi, ma è andata male: la società è in liquidazione.
Come spesso accade, pur di lucrare ci si tappa al naso di fronte al partner: così Gheddafi è diventato il miglior alleato dell’Italia e di Berlusconi.
Per la serie: dimmi con chi vai e ti dirò chi sei o, almeno, chi vorresti essere.
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