La nuova direttiva europea sulla vivisezione si appresta ad essere approvata dal Parlamento, concludendo così il suo iter e diventando realtà. Una realtà scabrosa e irrispettosa. Le incongruenze, per non dire le brutalità, della norma sono molteplici e ripugnanti.
L’obiettivo, condivisibile, è quello di abbassare il numero di animali coinvolti. Ma il modo in cui lo si vuole raggiungere fa accapponare la pelle: l’articolo 16 afferma che è possibile riutilizzare animali già sottoposti a esperimenti di intensità moderata. Esperimenti che, come spiega Vanna Brocca della Leal, la lega antivivisezione, prevedono l’isolamento e il nuoto sforzato o altri esercizi logoranti che portano all’esaurimento, vale a dire alla morte. Come se l’animale fosse una pila, da utilizzare finché non è scarica.
Inoltre, sarà possibile sperimentare su animali randagi delle specie domestiche, leggasi gatti e cani, se è impossibile fare altrimenti e qualora sia ritenuto indispensabile per tutelare l’ambiente o la salute umana. Due criteri piuttosto sindacabili.
L’eurodeputata Elisabeth Jeggle del Partito Popolare Europeo, relatrice della direttiva, ha assicurato che: “Le nuove norme realizzano un compromesso tra i diritti degli animali e le esigenze della ricerca”. Con grandi vantaggi soprattutto per i ricercatori, mi permetto di dire, visto che non penso che gli animali siano contenti di “lavorare” di più.
La Leal ha iniziato una raccolta di firme da presentare a Strasburgo l’8 settembre, giorno dell’ultima votazione. I firmatari sono oltre 60mila, compresi i nomi illustri dell’astrofisica Margherita Hack, dell’attrice Lea Massari, della scrittrice Sveva Casati Modignani e del fotografo Gabriele Basilico.
Ogni anno 12 milioni di animali vengono testati per finalità di ricerca, per lo più dalle grandi multinazionali.
Agostino Macrì, per anni uno dei massimi ricercatori italiani, pur essendo favorevole ai test sugli animali, si schiera contro la norma:
Se dovesse passare il principio generale a livello europeo che si possono riutilizzare per più esperimenti gli stessi animali, sarei contrario. Mi sembra un’inutile tortura. Come sono contrarissimo a usare animali cosiddetti randagi, portatori di per sé di altre malettie.
Il problema principale lo centra Bruno Fedi, docente universitario a Roma e a Terni, luminare del cancro dell’urotelio, pentitosi degli esperimenti sugli animali:
Dopo 15 anni di sperimentazione all’università su cavie, topi, criceti, cani e gatti, un bel giorno mi sono reso conto che i risultati erano o inutili o dannosi e ho deciso così di liberare tutti gli animali del laboratorio. Torturare e uccidere animali, per sperimentare cosmetici, farmaci o altro, è una ingiustificabile crudeltà, a meno che non vi sia una reale utilità per l’uomo. Faccio notare che i risultati degli esperimenti su animali, possono essere, sull’uomo, uguali, diversi, o addirittura opposti e per verificarlo bisogna ripetere gli esperimenti sull’uomo. Questo fatto è ormai riconosciuto da prestigiose riviste e organizzazioni di controllo o di ricerca internazionali. Le grandi industrie si ostinano a praticare esperimenti sugli animali solo perché così facendo l’iter di molecole farmacologiche nuove, prima dell’immissione sul mercato, diventa più complesso e costoso, escludendo le piccole industrie e i paesi poveri dal progresso scientifico. Vogliamo metterci in testa che la struttura genetica di un animale è diversa da quella di un uomo! Non siamo, come ha scritto un mio illustre collega su Nature, topi da 70 kilogrammi. Gli uomini assorbono le sostanze in modo diverso, le metabolizzano in modo diverso. Vi sono metodi alternativi alla sperimentazione sugli animali, come quelli sulle cellule coltivate o quelli sui tessuti umani che si possono prelevare dagli arti amputati, che danno risultati di gran lunga migliori.
La nuova direttiva, però, limita i metodi alternativi, che prevedono anche test in provetta o modelli computerizzati, non includendo tutti le prove sostitutive disponibili e scientificamente soddisfacenti.
L’Italia, fortunatamente, ha delle norme che vietano i test su animali delle razze domestiche e li limita ai ratti. La nuova direttiva sarà vincolante, ma un paese può chiedere di mantenere delle misure più restrittive, se sono già in vigore. Un fatto che, però, potrebbe diminuire la competitività sul mercato. Speriamo che l’Italia resista.
Fonte: ilfattoquotidiano.it
