Recensione del film La schivata
La schivata è il secondo film di Abdel Kechiche, che recensisco, dopo Cous cous.
Ambo i film hanno riscosso un certo successo in patria, ossia in Francia, col regista che è additato come regista di talento, particolarmente attento alla realtà sociale dei sobborghi e dei ghetti francesi.
Non a caso, se Cous cous era ambientato in un piccolo porto vicino Marsiglia, tra gli immigrati arabi, La schivata è ambientato invece nella periferia-ghetto di Parigi, e in particolare tra gli adolescenti della zona.
Degli adolescenti piuttosto lasciati a se stessi, alle prese con bande di quartiere e litigi sentimentali.
In questo scenario si muovono i due protagonisti della storia, ossia Krimò e Lydia, il primo di ragazzo origine araba e la seconda ragazza francese, i quali movimenteranno la vita loro e dei loro amici-conoscenti…
Forse il maggior pregio de La schivata è la caratterizzazione dei personaggi, netta, per quanto un po’ stereotipata (la ragazza fascinosa, il ragazzo timido, l’amico più volitivo, etc), che tuttavia non pareggia la carenza a livello di trama e di dialoghi; soprattutto questi ultimi sono di una sciattezza imbarazzante, e rendono il film spesso sgradevole da seguire.
Da sottolineare che, come in Cous Cous, anche ne La schivata sono i personaggi femminili a risultare più decisivi (nel primo fu Rym-Hafsia Herzi, nel secondo Lydia-Sara Forestier).
Ad ogni modo, globalmente parlando anche questo secondo film di Abdel Kechiche non mi è piaciuto troppo…
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