Dopo l’ennesimo tentativo di tappare la falla nucleare, la Tepco, che gestice  l’ impianto di Fukushima,  è pronta a riversare nell’ Oceano Pacifico 15000 tonnellate di acqua radioattiva.

A spaventare di più i giapponesi è la crepa di 20 cm apertasi nel reattore n°2, e il particolare più grave, stando a quello che dicono i critici è che le autorità brancolano nel buio non sapendo come muoversi e cosa fare.

Secondo Hirose Takashi, grande esperto nucleare nipponico, si è a un passo dalla catastrofe: se il primo reattore collassa, inevitabilmente, coinvolgerà tutti gli altri mettendo in serio pericolo l’intero Giappone. Se una previsione di questo tipo diventasse realtà sarebbe il più grande disastro atomico di tutta la storia dell’ umanità.

L’analista Douglas Lummis provoca tutti dichiarando: «Se siete così certi che i vostri impianti siano sicuri, perché non li costruite nel centro delle città anziché a centinaia di chilometri di distanza?». Intervistato dall’emittente “Asahi New Star”, ha lanciato l’allarme: «Nessuno sa esattamente cosa stia succedendo a Fukushima, l’unica certezza riguarda il fallimento delle operazioni e l’unica notizia è che le autorità non sanno che pesci pigliare.»

Secondo Lummis, le autorità di Tokyo preferiscono continuare a giocare col fuoco piuttosto che rassegnarsi all’idea di una colossale perdita economica, visto il costo dell’impianto di Fukushima, aggiungendo: «Accettare la soluzione sarcofago vuol dire ammettere che si sbagliavano e che non riescono a sistemare i malfunzionamenti». In più, non si vuole accettare «la sconfitta dell’idea dell’energia nucleare, un’idea cui si aggrappano con devozione quasi religiosa». Non è solo questione della perdita di quei sei reattori: «Se solo riuscissero a raffreddarli e a farli ripartire, potrebbero dire: “Avete visto, dopotutto l’energia nucleare non è poi così pericolosa”». Per Lummis, «Fukushima è un dramma cui assiste il mondo intero, che può terminare con la sconfitta o – nella loro fragile speranza, che reputo priva di fondamento – la vittoria per l’industria nucleare».

Secondo Takashi è inutile spargere acqua a casaccio se non si riesce a riattivare il sistema di raffreddamento, «è come versare acqua sulla lava». Il problema è di pubblico dominio: lo tsunami ha allagato i generatori di emergenza. «Se non si rimedia a questo, non c’è modo di rimediare all’ incidente». Irrorare i reattori dal cielo? Là sotto c’è «una foresta di leve di commutazione, cavi e tubazioni», un «labirinto di tubi sufficiente a farti venire le vertigini». Anche se in televisione c’è una passerella di “esperti” e accademici pronti a difendere l’operazione, Hirose è drastico: «Quei professori non sanno nulla, solo gli ingegneri sanno». E sanno cioè che, «se versi acqua salata sopra una piastra bollente, cosa pensi che succeda? Si ottiene il sale. Che entrerà in tutte queste valvole e le ostruirà». Assurdo, insiste Takashi, che si possa sperare di risolvere la situazione lanciando acqua di mare dagli elicotteri.

«Anche quando è in buona forma, un reattore richiede un controllo costante per mantenere la temperatura alla quale è appena appena sicuro», dice Takashi. «Ora dentro c’è un gran pasticcio, e quando penso ai 50 operatori rimasti, mi vien da piangere». Secondo l’esperto giapponese, «dicono queste sciocchezze, cercando di rassicurare tutti, cercando di evitare il panico». Invece, «ciò di cui abbiamo bisogno ora è una ragionevole paura: perché la situazione è giunta al punto in cui il pericolo è reale». Un rischio di fronte al quale non esistono precedenti;  se infatti dovesse esplodere uno dei reattori, il disastro coinvolgerebbe in ogni caso anche gli altri. A rischio sarebbero in tutto 10 reattori: i 6 di Fukushima e i 4 della centrale vicina.

«Se io fossi il primo ministro Kan – dice Hirose Takashi – ordinerei di fare quello che l’Unione Sovietica ha fatto quando esplose il reattore di Chernobyl, la soluzione sarcofago: seppellire tutto sotto il cemento, mettere al lavoro tutti i cementifici del Giappone e scaricare cemento dal cielo sugli impianti». Perché, aggiunge l’esperto, «si deve ipotizzare il caso peggiore». Motivo? Presto detto: «A Fukushima vi è l’impianto Daiichi con sei reattori e impianto Daini con quattro, per un totale di dieci reattori. Se anche uno solo di essi degenera nel caso peggiore, i lavoratori devono evacuare dal sito o rimanervi e perire. Così, per esempio, se uno dei reattori a Daiichi collassa, per gli altri cinque sarà solo una questione di tempo. Non potremo sapere in quale ordine collasseranno anche loro, ma sicuramente capiterà a tutti. E se questo accade, Daini non è poi così lontano, così probabilmente anche quei reattori cederanno».


E’ l’ipotesi peggiore: e «la probabilità non è bassa: questa è la minaccia cui il mondo sta assistendo». Solo in Giappone, continua Takashi, «la si sta nascondendo». Dei sei reattori della Daiichi, quattro sono già in stato di crisi. «Quindi, anche se in uno tutto andasse bene e la circolazione dell’acqua venisse ripristinata, gli altri tre potrebbero ancora cedere. Ma in crisi ce ne sono quattro». Ipotizzare la riparazione al 100 per cento di tutti e quattro? «Mi dispiace dirlo, ma io sono pessimista». Meglio prepararsi al peggio, insiste Takashi: «Tutti sanno quanto tempo ci vuole ad un tifone per passare sopra al Giappone, grosso modo una settimana. Cioè, con una velocità del vento di due metri al secondo, potrebbero bastare circa cinque giorni per coprire di radiazioni tutto il Giappone. Ciò significa, naturalmente, Tokyo, Osaka».

E i controlli sulle radiazioni?  Buio assoluto, tra verità sottaciute e omissioni gravi. Secondo Takashi, gli esami medici preliminari cui è sottoposta la popolazione sono del tutto insufficienti. Mentre restano completamente inattendibili le rilevazioni sul campo: secondo fonti di stampa, la Tepco non sarebbe nemmeno in grado di svolgere un monitoraggio regolare. «Prendono soltanto misure occasionali e queste diventano la base per le dichiarazioni di Edano. Si dovrebbero rilevare le misure in maniera costante, ma non sono in grado di farlo. E si dovrebbe indagare cosa sta fuoriuscendo e in che quantità». Il pericolo è mortale, ma nessuno conosce l’esatta situazione. Insiste Takashi: «Abbiamo bisogno di sapere che tipo di materiali radioattivi stanno uscendo e dove stanno andando e attualmente non hanno un sistema per farlo»