Tesina sulla donna, suggerimenti

Tesina sulla donna
 
 Le figure femminili nella letteratura tra ‘800 e ‘900.
 Per un quadro esaustivo di tipi umani femminili visti in una diacronia storico-civile sarebbe stato necessario esaminare l’intero quadro della civiltà dell’uomo. Naturalmente ciò non può essere oggetto di considerazione della mia tesi la quale intende soffermarsi più a lungo sui tipi femminili dell’Ottocento e del Novecento letterario italiano senza per altro soffermarsi sul vasto quadro che di essi offrono i due secoli. Il mio intento è quello di cogliere un processo evolutivo e di giungere ad una compiuta parità di diritti e di opportunità tra uomo e donna. Se l’intento sarà questo non potrò, sia pure per sintesi strettissima, non cercare di dar vita ad un catalogo significativo dei tipi umani femminili quali sono stati tracciati dai più importanti, a parer mio, scrittori dell’Ottocento e del Novecento. Il primo tipo umano femminile che mi ha colpito è quello di Teresa tracciato da Ugo Foscolo nel romanzo epistolare “Le ultime lettere di Jacopo Ortis”. Mi ha colpito perché Teresa rappresenta la donna ideale, un po’ distaccata dalla realtà, chiusa nei suoi pensieri e nei suoi sogni, intenta a ricamare il suo stesso ritratto.

Una figura di stampo romantico che il Foscolo definisce “Fanciulla divina” che però non sa ribellarsi alla volontà del padre che per lei ha preparato un tranquillo matrimonio borghese: “- Non posso essere vostra mai!… – ella pronunciò queste parole dal cuore profondo e con un’occhiata con cui parea rimproverarmi e compiangermi (Lettera del 14 maggio, a sera); “se dovessi scolpire o dipingere la beltà, io sdegnando ogni modello terreno la troverei nella mia immaginazione…Illusioni! Grida il filosofo: e non è tutto illusione? Tutto! Beati gli antichi… che trovano il Bello ed il Vero accarezzando gli ideali della lor fantasia! Illusioni! ma intanto senza di esse non sentirei la vita che nel dolore…”(Lettera del 15 maggio). Ma la sottomissione di Teresa non ingabbia la libertà del suo cuore e dei suoi sentimenti: “ La definirei una donna vittima: “Ho baciata e ribaciata quella mano… e Teresa mi abbracciava tutta tremante, e trasfondea i suoi sapori nella mia bocca”(Lettera del 14 maggio,a sera). Vittima della torbida realtà che gira intorno a sé ma anche dall’enorme personalità tormentata espressa da Jacopo che consapevole di non poterle garantire un futuro sereno, la lascia senza darle alcuna spiegazione costringendola a sposare Odoardo. A me interessa la tensione morale di questa creatura che mi appare come un sospiro di libertà lanciato nel futuro. Un seme di nuova umanità che germoglierà in tempi successivi. Il Foscolo tracciando questo tipo umano è andato al di là della Carlotta de “I dolori del giovane Werter” del Goethe. Quanto di quotidiano e di concreto c’è in Carlotta altrettanto di ideale e spirituale c’è in Teresa. E’ un prototipo femminile che troverà il suo sviluppo psicologico nella monaca di Monza di Alessandro Manzoni e la sua compiutezza nella Pisana de “Le confessioni di un italiano” di Ippolito Nievo. La Pisana è un tipo femminile complesso nel quale le caratteristiche dell’animo femminile si esprimo tutte quante in maniera forte e coerente. Scrive Ippolito Nievo: “La Pisana era una bimba vispa, irrequieta, permalosetta…che a tre anni conosceva già certe sue arti da donnetta per invaghire di sé, e avrebbe dato ragione a coloro che sostengono le donne non essere mai bambini, ma nascer donne belle e fatte, col germe in corpo di tutto i vezzi e di tutte le malizie possibili”. Tipo umano istintivo appassionato “facile ai tradimenti, e insieme ai pentimenti e ai ritorni amorosissimi…poco scrupolosa…orgogliosa, egoistica nei suoi capricci ma pronta a ogni sacrificio per bontà e per affetto; capace di amare non solo da amante ma da amica, e da sorella, e di morire per l’uomo amato”(Benedetto Croce). E’ facile capire che siamo ad una svolta della letteratura perché possiamo cogliere il passaggio dal romanzo storico al romanzo psicologico, il quale, sia pure da lontano, lascia ad intuire il romanzo del Novecento. In questo tipo umano, inoltre, è possibile cogliere l’esplosione dell’umanità femminile che va accettata per la sua peculiarità. Non può darsi, infatti, secondo me, una reale emancipazione della donna senza l’accettazione integrale del suo essere femmina e donna. Il Manzoni stesso nella tragedia “Adelchi” aveva forzato il cuore della regina Ermengarda facendo esplodere in lei le ragioni umane della donna nella loro interezza. Ermengarda non è soltanto vittima delle ragioni storiche, ma dei suoi stessi sentimenti. “Sempre al pensier tornavano gli irrevocati dì”: le ragioni della sua tristezza e della sua morte sono dentro la donna innamorata, incapace di dimenticare.

Ma negli anni Settanta dell’Ottocento nuovi registri letterari, dettati anche dalle circostanze storiche e dalla situazione della civiltà umana( il positivismo, il progresso, il concetto di classe sociale, di libertà, di diritti ecc.) danno vita a tipi umani femminili nei quali si svincola con grande intensità un’ umanità minore, ma non per questo meno richiamante e indicativa del cammino della civiltà. E’ Verga che ci offre una gamma di tipi femminili da interpretare come punti di riferimento per una più sensibile attenzione degli autori verso una realtà più concreta e più quotidiana. Nedda è creatura femminile afflitta e succube di una sorta di misoginia folklorica e paesana. Mena de “I Malavoglia” è una creatura elegiaca ma nel contempo eroica. Il suo idillio amoroso con compare Alfio è tutto intonato sul ritmo dell’assenza e della privazione ma tutto vissuto interiormente e per questo intenso e sublime quanto altro mai: “Se voi mi volete ancora, comare Mena, disse finalmente(Alfio Mosca); io per me son qua. La povera Mena non si fece neppure rossa, sentendo che compare Alfio aveva indovinato che ella lo voleva…- ora sono vecchia compare Alfio e non mi marito più. “Se voi siete vecchia anch’io sono vecchio… quando sarà maritato vostro fratello Alessi voi resterete in mezzo alla strada. Mena si strinse nelle spalle…”(Malavoglia cap. XV). La povertà della sua famiglia è la causa della rinuncia ad un amore a lungo nutrito dentro e poi detto e manifestato con drammatica semplicità e con chiarezza dei limiti inamovibili imposti dalla condizione dei poveri. Diodota del “Mastro don Gesualdo” ama il suo padrone senza limite e senza condizionamenti, in modo continuato come accade ad ogni amore che sia totale donazione di se stessi e libero da ogni pretesa. Quanto questa figura è lontana dalla Bianca Trao, nobile decaduta, che sposa il mastro diventato don senza riuscire a sentire neppure pietà per l’intraprendente Gesualdo! Verso la fine dell’Ottocento, in clima decadente, i tipi umani femminili recano in sé un’interiorità più complessa e più difficile da leggere e capire. Sono però le figure del Fogazzaro quelle del D’Annunzio, quelle di Svevo e di Moravia, a consentirci di cogliere un’evoluzione più complessa ma anche più demarcata. Si tratta di tipi umani che racchiudono in sé le contraddizioni dell’animo umano, i sussulti dell’inconscio, la voce di una contemporaneità che tende ad esprimersi in ogni suo aspetto. Siamo nel periodo in cui in Europa trionfa l’ammirazione per le epoche di decadenza quale la grecità alessandrina, la latinità imperiale e l’età bizantina. Il fascino di ciò che muore era per i decadenti più voluttuoso di quello che invece si esprime pienamente e classicamente. Nei libri e negli autori di questo periodo si possono cogliere il culto di una raffinatezza estenuata e morente e il vagheggiamento di una lussuria perversa e crudele. Siamo infatti negli anni in cui la borghesia si oppone alle forze sociali emergenti (Partito Socialista, seconda rivoluzione industriale, guerre imperialistiche, rivendicazioni sociali).

Tra i tipi femminili di questo periodo non va dimenticata Madame Bovary di Flaubert e tutto il catalogo femminile del D’Annunzio (da Elena Muti a Basiliola Falera, a Ippolita Sanzi a Foscarina Perdita) nei quali si costruisce il concetto della donna nemica e fatale. Tali sono appunto Elena Muti de “Il piacere” di D’Annunzio che incarna in sé l’erotismo lussurioso “Ella portava quindi, nella comedia umana elementi pericolosissimi; ed era occasion di ruina e di disordine più che s’ella facesse publica professione di impudicizia. Sotto l’ardore della immaginazione ogni suo capriccio prendeva un’apparenza patetica. Ella era la donna delle passioni fulminee, degli incendi improvvisi. Ella copriva di fiamme eteree i bisogni erotici della sua carne e sapeva trasformare in alto sentimento un basso appetito…” ; Basiliola Falera della tragedia “La nave” che in un empito di sadica ferocia con compiacimento saetta i prigionieri rinchiusi in una fossa; Ippolita Sanzio del “Trionfo della morte” che è la nemica dichiarata in quanto rappresenta le forze oscure della psiche di Giorgio Aurispa, il protagonista del romanzo, in cui prevalgono le forze della morte su quelle della vita. Ecco qualche tratto di Ippolita Sanzio: “Ella aveva disciolto i suoi capelli perché si asciugassero; e le ciocche ammassate dall’umidità le cadevano sugli omeri così cupe che sembravano quasi di viola. Il suo corpo svelto ed eretto,come avvolto nelle pieghe di un peplo, si disegnava metà sul campo glauco del mare e metà su la chiarissima trasparenza celeste…Ella era tutta assorta in un suo piacere alterno: – metteva i piedi nudi sulla ghiaia scottante mantenendoveli sin che fosse per lei sostenibile l’ardore; e poi così caldi li tuffava nell’acqua blanda che lambiva la ghiaia.

E in quella duplice sensazione ella pareva gustare una voluttà infinita, obbliosamente… come mai ella poteva essere, nel tempo medesimo così inferma e così valida? Come mai poteva ella conciliare nella sua sostanza tante contrarietà e assumere tanti diversi aspetti in un giorno, in un’ora sola? La donna taciturna e triste che covava dentro di sé il male sacro, il morbo astrale (epilessia); l’amante cupida e convulsa il cui ardore era talvolta quasi spaventevole, la cui lussuria aveva talvolta apparenze quasi cupide d’agonia…”. Nel romanzo Ippolita appare come la potenza femminile distruttrice delle energie vitali del maschio. Da qui il forte senso di angoscia che accompagna Giorgio Aurispa. Foscarina Perdita del romanzo “Il fuoco” che con il suo amore nevrotico e possessivo ostacola il protagonista Stelio Effrena nel conseguimento dei suoi progetti. Pur nella loro morbosità questi personaggi contribuiscono alla decifrazione della psiche femminile e del ruolo della donna nei rapporti sociali e privati. Si tratta di tipi umani in cui Eros e Thanathos hanno un ruolo determinante. La letteratura di inizio secolo non ci consegna figure femminili globali, libere e protagoniste, tuttavia sembra voler volontariamente dare loro un ruolo di subordinazione. Non ci sono donne vere protagoniste di romanzi. Tutto al più le figure femminili di rilievo nelle opere si connotano come antagoniste o, volendo esagerare, come coprotagoniste. Non vi è un vero rifiuto della donna ma un’analisi esasperata ma nel contempo vera della psiche femminile.

Ciò non significa che ci sia stata una scarsa considerazione della donna, anche quando il suo ruolo appare puramente legato alla lussuria, a luoghi onirici e talvolta anche a realtà paesane estranianti. In effetti sono apparse tante figure femminili ora fortemente legate alla realtà, ora sorgenti da una psiche contorta e profonda, tesa a chiarire la vera natura femminile. Si potrebbe evincere che il primo vero riconoscimento della donna, inserita in un ambito sociale, possa anche derivare da un maggior realismo letterario, da una più chiara comprensione della sua natura e soprattutto dalla coscienza della “classe” femminile che in quel periodo ricerca, con maggior ostinatezza, una rivalsa per la propria libertà.
 

Fonte: scribd.com

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