ISTAT e Corte dei Conti: Italiani già poveri o Italiani ancora da tartassare?

Nei giorni scorsi sono stati resi pubblici quasi in contemporanea il Rapporto 2011 per il Coordinamento della Finanza Pubblica predisposto dalla Corte dei Conti e il Rapporto Annuale sulla Situazione del Paese redatto dall’Istituto Nazionale di Statistica (ISTAT).

Il confronto tra i due documenti porta a dire che ISTAT e Corte dei Conti sembrano provenire da due pianeti diversi.

L’ISTAT evidenzia la sofferenza, dal punto di vista sociale, economico e produttivo, in cui versa il Paese. La disoccupazione giovanile, la diminuzione della propensione al risparmio, il tasso di crescita dell’economia troppo basso e quindi insufficiente per rilanciare i consumi e i redditi, hanno determinato una situazione nella quale quasi un quarto della popolazione corre il rischio di varcare la soglia della povertà. Fossimo in campo medico, potremmo definire l’Italia come un malato cronico fortemente debilitato.

Per parte sua, la Corte dei Conti mostra di non conoscere il malato, oppure di averlo scambiato con un’altra persona. Ciò che i Magistrati contabili propongono, infatti, va in direzione diametralmente opposta al rilancio dei consumi e dei redditi e ad una politica di sviluppo. In ossequio al Moloch dei “vincoli dell’Unione Europea”, la Corte dei Conti ritiene impraticabile qualsiasi riduzione della pressione fiscale ed auspica una manovra correttiva dei conti pubblici pari a quella varata da Giuliano Amato nel 1992 (46 miliardi di Euro!!).

Per rendere l’idea, giova ricordare che il Governo Amato è passato alla storia per avere introdotto in Italia l’imposta patrimoniale (l’ICI) e per avere nottetempo incamerato nelle casse dello Stato il sei per mille dei depositi bancari dei risparmiatori.

Se la Corte dei Conti ha nostalgia di simili provvedimenti (e della miriade di tagli alla spesa sociale e di nuove tasse a suo tempo previsti dalla “manovra Amato”), allora c’è da preoccuparsi.

Qualora, infatti, si procedesse in questa direzione e si concludesse il percorso, potremmo poi dire, sempre restando in campo medico, che la cura è riuscita ma il paziente è morto. Avremmo uno Stato forse in linea con i vincoli dell’Unione Europea ma certamente avremmo un Paese devastato dalla povertà, dalle rivolte, dalla disgregazione del tessuto sociale.

E allora, se all’inizio della Seconda Guerra Mondiale, in Francia e nel Regno Unito, ci si chiedeva se valesse la pena di morire per Danzica, adesso in Italia (e non soltanto in Italia) è forse giunto il momento di chiedersi se vale la pena di morire per l’Euro e per Bruxelles.

L’esito delle recenti elezioni amministrative forse ci dice qual’è la risposta degli Italiani.

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