Studi sulla letteratura americana: Herman Melville


Studi sulla letteratura americana: Herman Melville (1819-1891), Moby Dick
La vicenda di Moby Dick si snoda intorno a Ismaele, giovane irrequieto ed estremamente insoddisfatto della propria esistenza; cosa che lo spinge a tentare l’avventura imbarcandosi come marinaio su una baleniera, comandata da un capitano leggendario e ormai anziano, Achab, il quale rivela al giovane Ismaele e a tutti i suoi marinai le ragioni profonde di quel suo viaggio in mare: catturare un capodoglio, il cui nome è Moby Dick. Tutti i marinai sapevano chi era Moby Dick. , e tutti conoscevano le reali motivazioni della caccia accanita che Achab aveva intrapreso: infatti, molti anni prima il gigantesco capodoglio gli aveva strappato una gamba, rendendolo per sempre “un buono a nulla”; e il vecchio Achab non sognava altro nella vita che la vendetta. L’ora tanto sognata dello scontro sembra giungere finalmente un giorno, in cui Moby Dick, la balena bianca, viene avvistata: s’ingaggia una lotta durissima tra Achab, i suoi marinai e il potentissimo capodoglio, una battaglia estenuante che dura oltre tre giorni. Solo Starbuck, l’ufficiale in seconda, unico tra tutti i membri dell’equipaggio, sbigottito da tanto accanimento, ricorda ad Achab che erano venuti per mare a lavorare, e guadagnare, e non per correre dietro alla balena bianca. Ma Achab è assalito ormai da una febbre divorante, che gli onnubila completamente la ragione; egli non vede e non sente altro che l’odio, che lo spinge a cercare di uccidere il capodoglio, e che infine riesce ad arpionare e a ferire gravemente. Già il vecchio marinaio pregusta la gioia della vittoria, quando, all’improvviso, succede un fatto assolutamente straordinario: benché ferito il capodoglio decide di non fuggire più di fronte al suo eterno nemico: vira e…si scaglia con tutta la potenza del suo corpo gigantesco contro la nave di Achab. L’urto è violentissimo e la nave, incredibile a dirsi, affonda. Achab non molla il suo arpione cui è avvinta la sua “preda” e così, in un abbraccio mortale con il suo nemico, il capitano Achab scompare negli abissi insieme con tutti i suoi marinai. L’unico a salvarsi è Ismaele, che poi racconterà questa storia inquietante. Nessuno, alla fine della lettura del romanzo di Melville, può davvero pensare che Achab desiderasse catturare e uccidere la balena bianca per pura sete di vendetta. E’ evidente che Melville “carica” Moby Dick di valori simbolici molto profondi; e lo si arguisce anche dal fatto che molte pagine del romanzo sono dedicate alle balene, e ai vari significati che esse assumevano agli occhi delle civiltà umane più diverse. Quale il valore simbolico di Moby Dick. ? Si è affermato da una parte della critica che essa rappresentasse agli occhi di Achab il “male”; e che egli volesse svellerlo dal mondo, così come a suo tempo esso gli aveva divelto la gamba. Però l’interpretazione, che pure ritengo azzeccata, è monca e diciamo così “unidirezionale”, lasciando dubbiosi; anche perché lo stesso Achab si “carica” a sua volta di significati maligni. Allorché perde completamente se stesso dietro la lotta con il capodoglio, la figura del vecchio capitano si fa, come la balena bianca, demoniaca. Anche Achab, quindi, deve sparire in fondo agli abissi. Nella sua lotta contro il male Achab si è fatto “contagiare”: non è più lui, non è più un uomo, è un dèmone come Moby Dick: quindi i due “angeli neri” devono sparire insieme. Chi si salva nel naufragio della nave di Achab? In quel naufragio scompaiono veramente tutti i componenti dell’equipaggio: sembra quasi svanire un’intera generazione d’ uomini. Era giusto che così fosse? Sì, secondo Melville, perché anche loro erano stati contagiati dalla stessa smania di sangue del loro capitano; anche loro lo seguirono nel suo malefico inseguimento: e sparirono con lui. Sparisce, come dicevo, un’intera generazione: il vecchio Achab e i più maturi ed esperti marinai, ; persino Starbuck, l’unico che non si era fatto contagiare, muore nel naufragio. E’ come se Melville ci stesse dicendo che un rinnovamento al bene è possibile solo a patto che “tutti” gli appartenenti alle generazioni “invecchiate” nel male scompaiano. E infatti si salva solo il più giovane di tutti: Ismaele è l’unico, è il più giovane e il più inesperto fra tutti. Ai giovani, privi delle incrostazioni peccaminose dei padri, spetta il rinnovamento del mondo. Nella morte di Achab sta dietro un profondo senso di colpa e un desiderio irrefrenabile, folle, di “autodistruzione”. E’ un desiderio che Achab mostra in modo oserei dire macroscopico; quasi un sentimento irrefrenabile di andarsene, di portarsi nel regno dei morti anche tutto il male della terra. Viene quasi da pensare che Dio lo volesse quasi “assecondare” nella sua furia autodistruttiva. Melville era un grande studioso della Bibbia, un puritano severo e “terribile” nell’avversione al peccato (1), e se volle che l’unico a salvarsi fosse un giovane, e che questi si dovesse chiamare Ismaele, forse una ragione profonda deve esistere. E questa ragione “simbolica” deve risiedere nel “nome” dell’unico sopravvissuto: “Ismaele”, nome che deriva dall’ebraico “sciamah”, “esaudire” e “El”, “Dio”, che significa, in conclusione, “Dio ha esaudito”. E infatti Dio “esaudì” la volontà di Achab, che era quella di liberare il mondo dal male, sterminando tutti i membri dell’equipaggio e salvando solo il più giovane e il meno tocco dal peccato: Ismaele, “esaudendo” in tal modo la “preghiera palingenetica” di Achab. Questo, io credo, sia il grande messaggio simbolico che Herman Melville ci lancia dal profondo dei secoli.
Enzo Sardellaro, professore di Lettere Italiane e Storia

Nota
Cesare Pavese, a proposito della cultura biblica di Melville, scrisse: ” …Grandi lettori della Bibbia, questi americani della Nuova Inghilterra…In Moby Dick se ne sente a ogni passo la presenza e non soltanto fonicamente nei nomi di Achab, Ismaele, Rachele, Geroboamo, Bildad, Elia e tutti gli altri, ma nello spirito continuo di terribilità e severità puritana, che fa, di quello che potrebbe anche parere uno scientifico tale of terror alla Poe, una fosca tragedia morale dove la catastrofe è opera non di una forza umana e naturale, ma di un mostro che si chiama il Leviatan.. . “. cfr. C. Pavese, Herman Melville, in La letteratura americana e altri saggi, Milano, Il Saggiatore, 1971, p. 79.

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