All’ 8 marzo è legata, da circa un secolo, “La Giornata Internazionale della Donna”. Tale ricorrenza, nata dapprima al solo fine di ricordare le 129 operaie arse vive nella fabbrica tessile “Cotton” di New York, ebbe origine negli Usa per poi diffondersi velocemente in diversi paesi occidentali.
Col tempo questa giornata divenne un simbolo importante della lotta del movimento femminista per il riconoscimento dei diritti delle donne, un modo per non dimenticare le vessazioni che esse hanno dovuto subire nei secoli, un momento di riflessione propositiva verso una parità sostanziale con l’uomo.
Come ogni movimento di lotta, soprattutto di lotta politica, anche la giornata dell’8 marzo è legata ad un simbolo floreale che la rappresenta: la celebre mimosa, fiore tipico delle prime giornate primaverili.
Nei Paesi occidentali però, laddove cioè sono stati fatti notevoli passi in avanti verso l’emancipazione femminile ed è luogo comune ritenere ormai la lotta alla parità un obiettivo raggiunto (anzichè ancora da perseguire pienamente), la onorevole “Giornata Internazionale della donna” ha progressivamente perso dignità, divenendo una poco (o per niente!) edificante “Festa della donna”.
In sostanza, quella che era il simbolo di una lotta politica combattuta con l’intensità d’una rivoluzione ha finito per rappresentare una degradata festicciola commerciale, spesso infarcita di squallidi teatrini maschili, opportunamente inscenati per intrattenere un pubblico femminile che dimostra così, più che un eguaglianza con l’altro sesso, un’adeguamento all’uomo mediante l’assunzione di comportamenti e atteggiamenti tipicamente maschilisti.
Ciò avviene anche in Italia. Una fetta considerevole della nostra società non ha infatti idea del vero significato di questa “giornata”.
A queste considerazioni qualcuno/a ribatte che al giorno d’oggi nell’8 marzo ci sarebbe da festeggiare l’orgoglio femminile che ha portato ad una rivalutazione della condizione della donna.
Neppure questa però, a mio avviso, può essere una giustificazione logica alla degenerazione del rito, poichè non solo si tende così a chiudere gli occhi verso una moltitudine di donne che, all’interno dello stesso sistema sociale, la parità non l’hanno ancora raggiunta, ma carica la c.d. “festa” di sfumature rivoluzionarie, tipiche del femminismo anni ’70, oramai anacronistiche, simbolo d’un periodo importante della nostra storia ma che è definitivamente passato.
L’8 marzo dovrebbe allora essere il simbolo di un rapporto nuovo tra i due sessi, fondato sul rispetto reciproco e che sottolinei l’importanza del fatto che l’uomo e la donna sono i protagonisti della storia e che insieme devono vivere e lottare, uniti per il riconoscimento dei diritti di tutti ed a tutti i livelli sociali.
Chiudo con una forte provocazione per chi festeggia l’8 marzo convinto di festeggiare una festa simile ad una “festa della mamma” o ad una “festa di S. Valentino”. Appurato che il vero nome è “Giornata internazionale della donna”, provate a trasformare qualche altra “Giornata” in una “Festa” e vedrete cosa ne verrà fuori. Volete un aiutino? Ok! Il 27 gennaio è la “Giornata della memoria” per le vittime del nazi-fascismo: perchè non la definite “Festa della memoria” e magari invitate in pizzeria qualche ebreo per festeggiare con suoni, balli e spettacolini la parità ottenuta con gli altri uomini dopo la 2a guerra mondiale? Provateci, ma non credo troverete molto riscontro…
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