“Under the skyline – sotto l’orizzonte” – Prologo – parte II

Come in un incubo angosciante era disperso in mezzo al bianco e sapeva che ben presto sarebbe diventato la preda di una sanguinosa caccia. L’idea di rientrare nel bunker per scoprire quanti talebani ci vivessero e vedere se qualcuno di loro avesse una trasmittente era meno alettante che piantarsi direttamente una pallottola in testa così decise di allontanarsi ed aspettare la notte. Per qual tempo si sarebbero accorti della sua fuga e sicuramente sarebbero stati in giro a cercarlo. Sapeva che per quel tempo avrebbe potuto anche essere morto, ma cercò di scacciare l’idea e sostituirla con il volto del suo aguzzino che esalava l’ultimo respiro. Questo sì che lo rendeva felice ed ottimista.
La neve non era troppo alta, un semplice manto di qualche centimetro, ma quanto bastava a rendere difficoltosa la sua camminata già complicata a causa delle ferite ed il freddo pungente che si insinuava sotto gli abiti, ma quantomeno quest’ultimo lo aveva aiutato a ritrovare la lucidità mentale che aveva perso durante la prigionia. Ogni tre passi controllava dietro di sé di non aver lasciato tracce di sangue, spesso tornava sui suoi passi per sviare gli inseguitori ed un paio di  volte si risvegliò disteso a terra senza sapere quanto tempo prima fosse svenuto; anche se finché si risvegliava era un buon segno sapeva che si sarebbe risvegliato per ancora poche volte prima di restare esanime al suolo per morire congelato. La mancanza di cibo era probabilmente la causa principale delle continue perdite di sensi, ma doveva prima trovare un riparo e poi preoccuparsi di quello che avrebbe dovuto essere… guardò il cielo…il pranzo, decise, visto che il sole continuava a salire.

Erano passate almeno due ore quando finalmente trovò una grotta, o meglio, una spaccatura nella roccia che poteva offrirgli riparo, così ci si spinse dentro sperando di riuscire a ritrovare un po’ del calore che aveva perso ed anche se non era proprio una suite dello Sheraton quantomeno lì dentro era riparato dal vento gelido. Tremava molto. Era da quando aveva finito le ultime tre settimane di addestramento SEAL in Alaska che non soffriva così tanto il freddo e sapeva che senza mangiare l’ipotermia sarebbe arrivato molto in fretta. La spaccatura della roccia era larga poche decine centimetri e ci si era infilato quasi a fatica, ma l’interno si allargava leggermente e si allungava per una decina di metri. In fondo alla buia grotta poteva sentire il rumore dell’acqua ed in quel momento capì di non essere l’unico ospite di quella suite realizzando, subito dopo, che qualcuno degli altri ospiti sarebbe stato il suo pranzo.

All’interno non si vedeva nulla così proseguì verso il fondo appoggiando davanti a se il fucile per verificare che non ci fossero delle buche o delle voragini fino a quando non sentì l’acqua proprio sotto i suoi piedi. Era poco più di un rigagnolo, ma lui e gli altri ospiti sapevano accontentarsi. Si accovacciò e cominciò a tastare il terreno tutto attorno scoprendo con gioia un’infinità di piccoli e  viscidi animali che si lasciavano catturare senza problemi. Ne prese un paio e tornò verso l’uscita dove qualche raggio di luce gli permise di vedere che erano tipo delle salamandre un po’ cresciute e piuttosto brutte da vedere, ma non parevano velenose. Sorrise come se fosse il pranzo di natale, si augurò buon appetito e cominciò a mangiare; il gusto non era dei migliori, ma aveva mangiato di peggio, ed una volta finite fece ancora un paio di viaggi in fondo alla grotta. Una volta che la fame fu almeno in parte placata, si distese a terra e si addormentò.
Il sonno era travagliato dal freddo, dagli incubi di ciò che era accaduto nei giorni precedenti e dalla paura di venir scoperto, così per ogni minuto che riusciva a chiudere gli occhi ne passavano cinque durante i quali se ne stava con tutti i sensi allerta e questo non era di certo un buon modo per recuperare le forze, ma quantomeno gli stava tornando la lucidità mentale persa durante la prigionia. Tra dormiveglia e freddo l’imbrunire non si fece attendere e con esso il momento di agire.
Una volta fuori dal nascondiglio tolse la sicura dell’arma e cominciò a tornare verso la sua prigione ricalcando al contrario il percorso di quella stessa mattina. Questa volta, forse grazie al freddo più pungente od a quel minimo di sonno fatto durante la giornata, riuscì a completare il percorso senza mai perdere totalmente i sensi, ma solo con qualche forte giramento di testa, ed una volta arrivato in prossimità del bunker si sdraiò petto a terra dietro un mucchio di neve. Davanti all’entrata c’erano  quattro uomini infreddoliti che andavano avanti e indietro roteando svogliatamente le loro torce e muovendosi in maniera apparentemente casuale. Il resto degli occupanti del bunker erano in giro per la loro battuta di caccia all’uomo, ne aveva incontrati molti durante il suo ritorno verso la grotta, ma sapeva come muoversi e come mimetizzarsi in certe situazioni, quindi era riuscito ad aggirarli tutti.

Se ne stava disteso dietro al suo nascondiglio vagliando tutte le possibili soluzioni, anche se la situazione non gli lasciava molta scelta. Ci vollero oltre venti minuti, durante i quali non aveva mai perso di vista le sentinelle, per rendersi conto che il loro andamento era praticamente casuale. Avrebbero potuto passare delle ore prima che una delle quattro sentinelle trovasse la voglia di passargli vicino, e soprattutto doveva essere certo che quando ciò fosse accaduto nessuna delle altre stesse guardando in quella direzione; una torcia che cade od un colpo di fucile sparato dalla vittima avrebbe attirato lì mezzo Afghanistan. I suoi pensieri furono bruscamente interrotti quando vide una delle torce avvicinarsi. Fece un lungo e silenzioso respiro cercando di restare il più immobile possibile anche se gli spasmi dovuti al freddo rendevano questa parte piuttosto complicata. Il fascio di luce oltrepassò la montagnola di neve seguito qualche secondo dopo da una delle guardie che non fece caso all’ombra che si stava alzando dietro di lui.
Come già fatto quella stessa mattina, spinse con forza il coltello alla nuca dell’uomo che, paralizzato, crollò a terra, ma questa volta non ci furono lacrime. Si affrettò subito a spegnere la torcia ed a trascinare il corpo dietro al suo nascondiglio, quindi  aspettò qualche minuto con lo sguardo fisso verso le restanti sentinelle per capire se si fossero accorte di qualcosa prima di  perquisire il cadavere e finalmente trovare una trasmittente. Era un modello vecchio, probabilmente rubata durante la guerra a qualche militare dell’ex dell’Unione Sovietica, ma era funzionante e questo a lui bastava. Si sforzò di ricordare il canale di emergenza, ma gli ultimi giorni lo avevano provato molto ed il suo cervello non lavorava nel migliore dei modi, così gli ci volle qualche minuto prima di attivare la trasmissione: «sette due uno uno.» Ripeté la frase tre volte, a bassa voce ma in modo chiaro e senza bisbigliare. Non esistevano nomi in codice per quelle comunicazioni, potevano essere estorti ed utilizzati per attirare le squadre di salvataggio in un imboscata, così tutto si basava su dei semplici numeri. Sette era il codice per avvertire della fuga, due il livello di resistenza che lui poteva vedere quantificato su una scala da uno a dieci, uno indicava che poteva esserci altra resistenza che non poteva quantificare ed il secondo uno stava a dire “non ho idea di dove mi trovo”.
[...CONTINUA]

 

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