Basta con i neologismi! Siamo umani, non struzzi!

Articolo scritto per ilmid.it
Sempre più spesso, ci si trova ad aver a che fare con documenti più o meno ufficiali o comunque a doverci confrontare con persone che utilizzano, in riferimento alla disabilità, delle parole definite “politicamente corrette”, come la classica “diversamente abile”, abbreviata poi in “diversabile”. Naturalmente però non si fa caso che, dicendo “politicamente corretto”, si dichiara automaticamente che quel termine è “corretto” (elegante) sulla carta, ma non è per nulla detto che lo sia nella realtà.
In teoria, le intenzioni di chi ha inventato queste parole sono nobili: “non dare risalto alla condizione di svantaggio, vedere la cosa in modo positivo”. Il problema è:
che cosa si intende per “non dare risalto”, per “vedere le cose belle”?

Dove sta scritto che un disabile viva in un mondo talmente marcio da aver bisogno che gli altri gli facciano vedere le cose che LORO ritengono belle? Nessuno pensa che lui se le possa trovare anche da solo, non negando però le proprie difficoltà oggettive?
Che bisogno c’è di nasconderci come gli struzzi, mettendo sotto la sabbia la testa ma lasciando il resto del corpo in bella vista?
Prima di parlare di disabilità, una persona che non conosce la tematica, dovrebbe chiedersi quanto pesa, per il proprio modo di ragionare, la disabilità stessa e arrivare a trattare l’argomento in modo distaccato. Per ciò che è e ai problemi pratici che comporta. Senza pretendere troppo di mettersi moralmente nei panni di chi che sia.

Queste parolone sono state inventate con l’intenzione di far cadere in disuso la parola “handicap”, considerata da molti offensiva anche se, di fatto, non lo è. Anzi, per dare una giustificazione alla distinzione, data da molti “specialisti”, tra handicap e disabilità distinzione che, in fin dei conti, non sussiste affatto:
“handicap” è una parola inglese che, in origine, stava ad indicare lo svantaggio FISICO che veniva posto ai cavalli da corsa più avantaggiati, tramite lastre di piombo sulla sella, per farli stare alla pari con gli altri durante le gare; oggi invece, purtroppo, viene usata spesso per indicare uno svantaggio di tipo sociale o, peggio, in certi casi in modo dispreggiativo: “sei handicappato” = “sei stupido”. Niente di più falso: handicap è uno svantaggio oggettivo, sia questo una lastra di piombo sulla sella di un cavallo oppure un umano con un ginocchio di ferro, 2 occhi che non funzionano, o altro. Non ha proprio nulla a che vedere con eventuali svantaggi di tipo sociale.

E’ inutile che ce lo nascondiamo. Io sono cieca, i miei occhi non funzionano; non è produttivo per nessuno negare lo svantaggio oggettivo che questa condizione porta. Non si tratta di piangersi addosso, o di rassegnarsi, ma di considerare il dato di fatto ovvero che la macchina non la posso guidare. Che per strada con i semafori senza segnale acustico, non posso attraversare agevolmente. Che senza l’ausilio di un sintetizzatore vocale o dispositivo tattile, non posso usare un telefonino o un computer…e chi più ne ha più ne metta, perciò la si pianti di prendere in giro me e i miei “colleghi”, affetti da qualsiasi disabilità, con la storia del diversamente abile.
Non mi piace tutto questo voler a tutti i costi sottolineare che “gli svantaggi si superano” non foss’altro che, spesso e volentieri, si vuol far recepire il concetto che si superano senza però dar risalto a COME. E questa cultura del non voler far capire alla massa che gli svantaggi ci sono, induce anche delle ulteriori difficoltà a considerarli al fine di trovare le soluzioni pratiche adatte all’integrazione sociale e nella vita quotidiana: è facile per un politico o giornalista, dire “non facciamo vedere gli svantaggi, perché li si supera”, senza però né spiegare né conoscere né fornire le soluzioni che ne permettano il superamento.
Perché dare del “diversamente abile” al paraplegico che diventa campione paralimpico pedalando con le mani? Lo si sta prendendo in giro? Che se ne farebbe lui della nostra considerazione della sua “diversa abilità” di pedalare, ammesso che così si possa definire, dal momento che c’ha 2 ruote al posto delle gambe, e se non ha il gabinetto messo a norma non può neanche andare a fare i suoi bisogni? Che gliene frega al tetraplegico che scrive al computer con i movimenti della testa, di esser chiamato “diversamente abile” dal momento che per pulirsi il sedere ha bisogno di assistenza, quando la tecnologia può permettere che quello stesso sensore a testa potrebbe eventualmente comandargli un gancio attaccato alla carta igienica messa ad altezza gabinetto, o che potrebbe esser aiutato da un robot, o da un cane addestrato, a recuperare oggetti (cibo compreso) che da solo non può recuperare?

Il risultato di tutto questo inventarsi di paroloni “politicamente corretti”, è che abbiamo migliaia di psicologi e insegnanti che hanno creato la distinzione tra “disabilità” e “handicap”, sostenendo che “handicap è offensivo” perché considerano lo svantaggio SOCIALE (quindi dando per scontato che i problemi oggettivi siano insuperabili e creino svantaggi sociali, il che non è sempre vero) però di fatto, alla fine, trasmettendo la cultura dei paroloni, si lascia l’indifferenza generale a tutto il resto, aggiungendo svantaggi sociali anche dove alla base non ce ne sono, dal momento che con la tecnologia spesso la necessità di assistenza per un disabile può essere ridotta di una percentuale abbastanza alta con ovvie conseguenze positive a livello sociale.
Di conseguenza, gli ausili costano un botto, le strade son piene di barriere architettoniche e il web pure, però ci si riempie la bocca (o il sedere?) di paroloni che fanno tanto bene alla coscienza, e soprattutto non comportano dispendio di risorse economiche.
Una persona, specie se non conosce assolutamente cosa comporti una disabilità, non deve partire mai dal presupposto, ERRATO, che un disabile in qualsiasi caso non accetti la propria condizione e non voglia parlarne; credo che chi pensa di offendere sempre e comunque, reagisca così per paura: si teme per se stessi, (“se fossi io in quella condizione non so come reagirei, certe cose non me le vorrei sentir dire”), e si arriva ad attribuire erroneamente questo sentimento a chi invece, provando sulla pelle la disabilità, è spesso ben lontano dal provare timore per questo non nascondo che sentire uno dire “diversamente abile” mi fa provare la stessa sensazione di viscido e fastidio che proverei se mi si regalasse una scatoletta d’argento ma che, appena la apro, ha come contenuto una lumaca morta, di quelle senza guscio, rimasta all’umido per giorni.

Certo, a volte, in alcuni disabili può esserci il sentimento di vergogna, o di inferiorità, però in questi casi non è colpa della disabilità in se stessa, ma del contesto sociale e familiare in cui la persona è stata educata e cresciuta.
Potrei fare un esempio concreto:
Io, come precedentemente affermato, non ci vedo, dalla nascita. Ma sono stata educata e cresciuta in mezzo a persone che vedono sia a scuola, sia al lavoro sia nello svago, non ho mai avuto grossi problemi di discriminazione.
Tutto sommato però, il disagio è stato solo a livello comunicativo, quando alcune persone tentavano di farsi scrupoli rivolgendosi a me con espressioni diverse da quelle usate nel linguaggio corrente: “ci sentiamo” al posto di “ci vediamo”, “senti” al posto di “guarda”, o “hai sentito” anziché “hai visto”; anche qui, loro hanno avuto paura di offendermi, ma facendo così mi hanno trattato da diversa più di prima in quanto le parole di uso comune “guarda”, “ci vediamo”, “hai visto”…sono espressioni che hanno un significato molto più ampio dal semplice “vedere” usando gli occhi. E così è per tanti altri modi di dire: non è giusto cambiare modo di esprimerci, se spontaneamente ci viene da dire “sono arrabbiato nero”, perché davanti abbiamo una persona dalla pelle nera, né vergognarci di dire a una persona affetta da HIV o altre malattie infettive più o meno gravi, che ha la risata contagiosa. Sono espressioni che fanno parte del linguaggio corrente, che non hanno nulla a che fare con la malafede e, se la persona in questione si offende, gli va fatto capire che cambiare il modo di esprimersi è un modo per accentuare l’eventuale diversità, non certo per eliminarla; però sfortunatamente, questo concetto, non viene spesso preso in considerazione, specie da molti operatori del settore che dei paroloni fanno larghissimo uso.

Io sono convinta che i neologismi “politicamente corretti” siano un modo, mascherato da buone intenzioni, di mostrare la propria superiorità e paura di fronte ad un qualsiasi problema perciò è il modo peggiore, e non riguardano soltanto la disabilità: evitare di trattare l’argomento presumendo che la persona si possa offendere a prescindere, infatti, è il più subdolo escamotage per non domandare scusa, per non mettere in gioco i propri eventuali preconcetti su un determinato argomento, ma nel profondo mostrandoli nel peggiore dei modi, mascherati da gentilezza:
Che cosa si dice ad una persona dalla pelle nera?
“di colore”
Che cosa significa “di colore”? Nulla, perché lascia intendere soltanto che ha un colore diverso dallo “standard”. Non solo infatti si fa intendere che “lo standard” sia il bianco, ma sembra quasi che si avesse paura di ammettere che quella persona ha la pelle nera, quasi se il colore nero fosse un qualcosa di cui doversi vergognare perché denota inferiorità e, forse, cattiveria (“l’uomo nero” delle favole) che, nulla ha a che vedere con un africano o americano dalla pelle nera. Che male ci sarebbe a dire “dalla pelle nera”, esattamente come si dice “dagli occhi azzurri”? Perché il mulatto lo si chiama mulatto, chi ha la pelle gialla lo si chiama cinese, giapponese, orientale…e il nero da qualsiasi parte del mondo venga ci si vergogna di dire che ha la pelle nera? Questo non ha nulla a che vedere con la parola “negro”, o “uomo bianco”, che in un modo o nell’altro è un’etichetta.

Per non parlare poi di un uomo impossibilitato ad avere rapporti sessuali; viene definito “impotente”.
Questo è l’esempio lampante di come il “politically correct” può distruggere psicologicamente una persona, e il grave è che nemmeno ci si rende conto di tutto questo: “impotente” è un termine molto drastico, che viene utilizzato quando veramente non c’è nulla da fare: “sono impotente”, nel senso di “non ho parole, non posso fare nulla di fronte a ciò che è successo” (contestualizzandolo a un lutto, o un disastro ecologico, o un problema che non si riesce a risolvere); perciò se già quell’uomo si vergogna di avere problemi d’erezione, che siano risolvibili o meno, si sente ancora peggio. Spacciato ancora prima di trovare qualsiasi altra strada.
Siamo nel 2009 ormai, è ora davvero di finirla di creare barriere in ogni dove, dobbiamo metterci in testa che la comunicazione verbale è il primo canale in assoluto che ci permette di comunicare con il mondo; e dev’essere il primo a non creare ostacoli nell’interazione tra individui perché è dalla comunicazione che si parte, non si può pensare di abbattere le barriere sulle strade e i luoghi in genere, quando le si alza per primi quando si parla: per concludere, il modo corretto per affrontare l’argomento, è quello di mettere in risalto la persona, non la condizione, né tanto meno ergersi sul piedistallo di chi dice “nonostante tutto ce la può fare”.
Perciò, “persona disabile”, o “persona affetta da disabilità”
Persona cieca, persona sorda, persona HIV positiva, persona dalla pelle nera, persona con problemi d’erezione, ecc. Esattamente come si può dire “un tizio biondo con gli occhi azzurri”.

Un cieco non si deve offendere quando viene definito cieco, piuttosto, si offenda quando la parola cieco viene usata per indicare stupidità, distrazione o indifferenza: “siete ciechi di fronte ai problemi dei bambini del terzo mondo”, questa potrebbe essere per esempio una frase offensiva, perché attribuisce la cecità, cioè impossibilità di vedere con gli occhi, all’impossibilità di vedere col cervello; oppure, offensivo risulta essere anche “persona che soffre di cecità”, in quanto non è scritto da nessuna parte che questa persona, per il fatto di essere cieca, soffra dolore fisico o sia infelice.
Il “soffre” va bene quando si parla effettivamente di disturbi, “persona che soffre di insonnia, di mal di schiena”…ma quando c’è una disabilità o un problema comunque permanente, si parla di condizione, non di disturbo.
Elena Brescacin

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Seppoina in saor

# 29/9/2009 15:06

Semplicemente mi pare esagerato sto casino per una parola che non vuol offendere nessun DISabile anzi. Tutto sommato è vero: un disabile è diversamente abile, punto e basta..chi si offende a sto punto è paranoico con seri complessi


talksina

# 29/9/2009 15:20

hahahahaha paranoico te sarà ti! dato che te parli a me lingua te o digo s’cetto: ti no te sa gnanca de star a sto mondo! Diversamente abile digheo a qualchedun altro… a mi te me offendi, va in mona ti e i to diversamente abili!


Pingback
# 29/9/2009 15:34
io non sono diversamente abile: sono cieca e puzzo | cieco matto

[...] dico che io non sono una diversamente abile, io sono cieca, anzi ciecata. E puzzo pure. Su Italian bloggers ho scritto tempo fa un articolo in merito al discorso diversamente abili, argomento che già ho [...]



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