Questa volta era Bill Madley a cercare le parole più opportune da utilizzare per porre la sua domanda, ma si rendeva conto che non c’era alcun modo di rendere meno spiacevole ciò che stava per chiedere e non c’era modo di evitare il dolore dei ricordi che la sua domanda avrebbe scatenato, così decise di ci chiederlo e basta.
«Cosa mi dici della permanenza?» la voce del direttore si affievolì fino a prendere un tono di rammarico prima di continuare. «Anzi, sento il dovere di scusarmi»
«Scusarti di cosa? Non è la prima volta che partecipo a missioni del genere e non è la prima volta che vengo catturato. Conosco i rischi e la posizione del presidente in caso di cattura. E’ il mio lavoro Bill, non c’è nulla di cui ti debba scusare» la voce dell’agente era ferma, risoluta, e non ammetteva repliche. Non gli piaceva che qualcuno si prendesse la colpa senza aver avuto nessuna responsabilità e nel caso della sua cattura l’unico ad avere delle colpe era la persona che aveva avvertito il nemico della sua presenza. Nei giorni passati nelle mani dei suoi aguzzini più volte si era detto che se mai fosse riuscito a mettere le mani sulla talpa gli avrebbe inflitto il doppio del dolore che era stato inflitto a lui.
«Comunque per la permanenza stai tranquillo che non ho aperto bocca se non per mandarli a farsi fottere.»
«Ne ero certo, non ho mai dubitato della tua forza, ma dimmi, come sei riuscito a scappare?»
«All’inizio subivo degli interrogatori circa tre volte al giorno e per la maggior parte del tempo assistevano anche i vari Mullah che speravano in qualche mia confessione, ma dopo che si sono resi conto che non avrebbero cavato un ragno dal buco hanno cominciato a non farmi più visita, così nell’ultimo periodo eravamo solo io ed il mio aguzzino. Per giorni sono rimasto appeso per le braccia, senza cibo e con la sola acqua che serviva per tenermi in vita ed ormai ero in uno stato di semi-incoscienza; solo qualche volta sentivo i colpi, le scosse e le ferite che mi venivano inferte, mentre per la maggior parte del tempo non ero lì. La mia mente viaggiava in quello stato di torpore in cui mi trovavo, a volte mi sembrava perfino di essere qui, seduto alla mia scrivania a fare il mio lavoro. Ero in quello stato da giorni quando, probabilmente pensando che la mia fine fosse vicina o forse per finirmi lui stesso, decise di togliermi le catene che mi tenevano appeso al soffitto ed appena libero il mio cervello si è riacceso, la mia mente tornata alla realtà.»
Si rese conto che stava tremando e dovette interrompere per un attimo il suo racconto mentre il direttore teneva lo sguardo fisso su di lui. Nathan non sapeva dire se nello sguardo di Bill c’era preoccupazione per il suo stato mentale o ammirazione per ciò che aveva fatto, comunque bevve un sorso d’acqua prima di riprendere il racconto.
«Non lo so da dove sono arrivate, ma di colpo le forze si sono fatte strada nel mio corpo e non ho esitato per un solo secondo.
Avresti dovuto vedere che faccia sorpresa che ha fatto quel figlio di puttana quando si è accorto che gli avevo appena tagliato la gola con lo stesso coltello che usava per tagliuzzarmi la schiena.» Si interruppe nuovamente, ma questa volta sorridendo ed imitando la disperata espressione di supplica e terrore del suo carceriere che fece a sua volta sorridere Bill.
«Una volta sbrigata la pratica ho cercato una radio od un telefono per chiamare la squadra di recupero ma non c’era niente così, prima che arrivasse qualcuno sono scappato fuori, ritrovandomi disperso tra le montagne afgane dove non è molto semplice trovare un cellulare od un telefono pubblico.» Decise di omettere la parte in cui uccideva un ragazzino perché, anche se tutti avrebbero giustificato il suo gesto, non si sentiva particolarmente fiero di ciò che aveva fatto.
«Mi sono allontanato di qualche chilometro finché non ho trovato una grotta abbastanza profonda ed ho aspettato che fosse notte. Una volta scesa l’oscurità sono ritornato verso la base dove mi tenevano prigioniero e fortunatamente la maggior parte delle guardie erano in giro a cercarmi mentre le guardie rimaste erano poche ed assonnate. Comunicavano tra loro via radio così, appena una guardia mi e’ passata abbastanza vicino da poterla neutralizzare ho preso la radio e mi sono nascosto lì vicino perché non avevo la forza di tornare al nascondiglio. Una volta nascosto ho lanciato il segnale di soccorso e devo essere svenuto perché ricordo solo che il rumore delle pale mi ha fatto sussultare prima di sentire le raffiche di colpi che spazzavano il campo. Qualche secondo dopo ho visto i ragazzi con la tenuta tattica attorno a me e qualche altro secondo dopo due di loro mi stavano caricando sull’elicottero. Il resto è storia.»
«Credi che possano avere qualche prova che dimostri il coinvolgimento americano nell’operazione?»
«Assolutamente no! E’ chiaro che sanno chi sono quelli che sono venuti a prelevarmi, ma non hanno nessuna prova. Come da procedura le divise erano nere, senza stemmi e senza nomi, esattamente come l’elicottero. Inoltre i ragazzi erano tutti con il casco ed il passamontagna e nessuno ha aperto bocca, per cui possono dire quello che vogliono ma per le prove che hanno possono essere stati anche i marziani a portarmi via.»
«Questa volta te la sei vista veramente brutta ragazzo mio, stai bene?»
«Se vuoi mandarmi da qualche strizza cervelli, no grazie! Ci sono già passato ed ormai so come funziona: tra qualche giorno i lividi spariranno, un po’ di cicatrici piacciono alle donne e passerò le prossime due o tre settimane a svegliarmi urlando nel cuore della notte. Dopodiché tutto tornerà come prima.»
«Ti farebbe bene qualche giorno di ferie, non sei obbligato a risalire subito in sella»
«Sto bene Bill e non mi piace stare a casa mentre voi vi prendete il merito di salvare il mondo» scherzò Nathan che nel frattempo aveva smesso di tremare ed era tornato a sorridere.
Il direttore si avvicinò ad un microfono che stava sulla scrivania di Nathan e la voce risuonò per tutti gli uffici: «Buongiorno a tutti, l’agente Mackinley da questo istante riprende il pieno controllo delle operazioni interne ed estere. Prego i diretti interessati di fare rapporto all’agente sulle novità dell’ultimo periodo e di riconsegnargli i codici di sicurezza della rete. Grazie a tutti e buon lavoro.»
L’agente fece un cenno di ringraziamento ed il direttore uscì incrociando Erika Standfort, la sostituta di Nathan durante i suoi viaggi di lavoro. Le piaceva comandare la sezione onementre Nathan era via, ma quando gli succedeva qualcosa come in questo caso non vedeva l’ora di potergli restituire il comando ed ora era veramente felice che l’agente stesse bene. Per lei quel giovane era quasi un figlio, lo aveva visto entrare nell’agenzia e fare carriera sorpassando tutti, lei compresa, fino a diventare il principale dirigente della sezione, carica che non gli impediva di offrirsi volontario per ogni missione che comportava un rischio molto elevato e che non gli impediva di mettere sempre la vita degli altri davanti alla propria. Era impossibile per lei non preoccuparsi ogni volta che lo sostituiva ed anche questa volta, alla notizia della sua cattura, aveva pregato ogni notte per la sua salvezza.
[...CONTINUA ]
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