«Ciao Erika, come stai?» esordì Nathan con un sorriso il più possibile rassicurante.
«Sei fuggito da una cella afgana nemmeno ventiquattro ore fa e chiedi a me come sto? Devi dirmi tu come stai e soprattutto devi promettermi che non succederà mai più!
Guarda che non sarò sempre qua a coprirti il culo mentre vai a fare il Rambo in giro per il mondo.» Aveva gli occhi lucidi mentre parlava, era felice ed arrabbiata allo stesso tempo, era furiosa con l’agente che per ventuno giorni le aveva fatto perdere il sonno ma allo stesso tempo avrebbe voluto abbracciarlo proprio come un figlio che torna a casa dopo la guerra.
«Lo sai che mi preoccupo per te, e poi io sto bene, non c’è problema. Qualche cerotto, un buon caffè e passa tutto.» fu la risposta di Nathan che cercava di dimostrarsi il più possibile tranquillo e rilassato.
Ci fu un attimo di silenzio durante il quale la guardò con l’innocenza di un bambino che ha appena combinato una marachella.
«Ok mamma, non lo faccio più. Promesso!»
Entrambi sorrisero, anche se sapevano che quella promessa avrebbe potuto facilmente venir meno alla missione successiva, ma il volto di Erika si distese e sfiorando la mano dell’agente mentre gli consegnava i codici di sicurezza, sorrise nuovamente:
«Vieni che ti faccio vedere le novità….»
Ventinove anni, una folta capigliatura castana con un corto taglio alla moda, uno sguardo accattivante ed impenetrabile accompagnato da un fisico possente e dall’immancabile doppio petto griffato lo facevano sembrare più una star di Hollywood che un esperto di politica internazionale con conoscenza perfetta di cinque lingue, capacità d’uso di praticamente ogni arma esistente al mondo e cintura nera in due diverse arti marziali; il più giovane responsabile delle operazioni che la SAIT abbia mai avuto. Questo era l’agente Mackinley.
Tutti lo apprezzavano per il suo ottimo lavoro da responsabile delle operazioni e per l’ottima riuscita delle missioni ufficiali, ma in pochi conoscevano l’esistenza delle missioni non ufficiali di Nathan, missioni simili a quella, ormai non più segreta, appena terminata. Era lì che Nathan dava il meglio, ed era lì che si era guadagnato la sua posizione all’interno della sezione principale dell’agenzia.
Durante le missioni così dette “wi”, without identity, l’agente si liberava del suo look alla moda e dei suoi documenti per passare giorni o settimane in Paesi lontani, nascosto da tutto e tutti e pronto a saltar fuori per colpire con un unico colpo di fucile da centinaia di metri o per illuminare con il laser un bersaglio per gli Stealth. Spesso e volentieri i nascondigli migliori erano i sotterranei e le fogne dove aveva imparato che un lurido ratto, con la dovuta dose di immaginazione, aveva un gusto piuttosto simile al pollo. Quelle missioni lo facevano sentire vivo e non lo infastidiva dormire nei liquami e cibarsi di animali dai quali chiunque sarebbe scappato, non aveva nemmeno paura di morire o di essere scoperto, il suo unico terrore era che qualcuno morisse perché lui aveva fallito.
Qualche anno addietro, alla sua prima missione wi, dopo essere stato catturato in Corea del nord mentre si preparava per il salvataggio di uno scienziato americano, si accorse che ciò che gli avevano detto prima che accettasse di partecipare a quel tipo di missioni era reale: «Nel caso tu venissi catturato saremo costretti a negare tutto. Noi non ti conosciamo, non crediamo neanche che tu sia americano e se mai lo fossi hai agito di testa tua. Probabilmente verrai torturato ed ammetterai di lavorare per il governo, ma noi negheremo. Se ti ammazzano non avrai bandiere, non avrai funerali, sarai buttato da qualche parte e la tua famiglia non saprà niente di te. Nessuno ti cercherà e nessuno ti aiuterà almeno che tu non riesca a fuggire da solo, ed allora, ma solo allora, faremo l’impossibile per prelevarti. Sei pronto a tutto questo?»
Dopo la sua cattura una squadra Delta aveva liberato lo scienziato ma di lui, tenuto prigioniero al piano di sotto, non si interessò nessuno e solo dopo quasi una settimana di torture durante le quali, con suo stesso stupore, non aprì bocca nemmeno per lamentarsi, riuscì a fuggire. A distanza di anni il Governo americano stava ancora respingendo le insinuazioni coreane sulla sua identità ed ora che la storia si era ripetuta avrebbero dovuto impegnarsi in tal senso anche sul fronte talebano.
Quando Erika ebbe finito di aggiornarlo lo lasciò da solo, era nuovamente lui a doversi occupare della sicurezza della rete di agenti, e delle minacce che incombevano sul mondo libero.
Nonostante il nuovo sistema operativo sviluppato appositamente per loro dagli ignari lavoratori dei cinquantaquattro piani superiori, a cui anche gli agenti fingevano di appartenere, non ebbe problemi ad accedere al sistema e trovare l’infinita serie di minacce quotidiane che venivano poste alla sua attenzione. Erano gli agenti dell’intelligence della SAIT che intercettavano tutte le comunicazioni delle agenzie e del Pentagono e decidevano cosa fosse di loro competenza e cosa no, dopodiché tutti i casi selezionati venivano girati al suo sistema e lui provvedeva ulteriormente alla loro scrematura. Nonostante i doppi controlli incrociati le minacce erano sempre troppe.
Nella lista trovò un cargo contenente una grossa partita di droga e probabilmente alcuni clandestini cinesi diretta verso Los Angeles, ma dopo aver fatto fare una scansione con il satellite e non aver visto segni di esplosivo decise che non era affare loro e lasciò filtrare il dato all’FBI. Un’altra comunicazione indicava un probabile serial killer a Chicago che aveva ucciso alcuni uomini mediorientali, forse dediti alla produzione e spaccio di droga, e dato alle fiamme le loro case. Forse era solo la paranoia che attanagliava gli agenti ogni volta che veniva coinvolto qualche mediorientale in un caso, ma decise di far controllare. Nella mezz’ora successiva seguì le squadre tattiche della SAIT-FOUR di Chicago che, spacciandosi per agenti della DEA e dell’FBI, prendevano sotto la loro giurisdizione le scene del crimine date alle fiamme dal probabile serial killer. In tutti e tre gli appartamenti incendiati c’erano residui di sostanze chimiche usate per la preparazione di esplosivi che non avevano niente a che vedere con gli incendi ed ancor meno con la droga.
Il suo intuito aveva fatto centro e probabilmente lì dentro erano stati preparati degli esplosivi che a breve sarebbero stati usati contro gli Stati Uniti. Qualcuno cercava di cancellarne sia le tracce che i testimoni, così decise che era un lavoro per la SAIT e diramò una comunicazione ufficiale a tutte le sedi delegando a quella di Chicago il comando.
Alzò la testa guardando oltre il vetro e per la prima volta dal suo ritorno si rese conto di essere contento, in una centrale operativa antiterroristica che si sviluppava sette piani sotto Manhattan e quattro sotto la metropolitana. Non c’era distinzione tra giorno e notte, non c’era distinzione tra pace e guerra. Sugli schermi appesi alle pareti si alternavano immagini dei telegiornali ed immagini infrarosse dei missili appena lanciati dai caccia in territorio ostile, comunicazioni internazionali dell’Interpol e viste satellitari delle zone calde del mondo. Gli piaceva molto quell’ambiente con le luci bluastre e scure al fine di evitare la remota possibilità che qualche raggio filtrasse all’esterno da qualche invisibile crepa, i suoni ovattati dai spessi muri in cemento armato e dalle relative porte in acciaio spesse quasi un metro. Gli piaceva il via vai di gente apparentemente innocua ma capace di spezzare una vita a mani nude, ma soprattutto gli piaceva l’idea che nessuno sospettasse la loro presenza lì sotto. Nessun attacco esterno avrebbe potuto colpirli, nemmeno il crollo del grattacielo sovrastante avrebbe compromesso la capacità operativa di quel posto.
Era la base one della SAIT. Secret Agency International Terrorist-One, la base principale.
In totale nel Paese le sedi della SAIT erano nove, e per consuetudine interna venivano indicate da numeri, ma in realtà non venivano fatte distinzioni tra le sedi anche se tutte facevano capo alla sede di New York, la cosiddetta SAIT-ONE. L’intera organizzazione era al di sopra di qualsiasi altra agenzia governativa ed i suoi agenti erano soliti spacciarsi per CIA, FBI, ATF od altri in base alle esigenze del momento, ed il presidente assieme al suo consigliere, i vertici delle altre agenzie e qualche altro politico, erano gli unici a sapere della loro esistenza.
Era l’unica agenzia ad avere agenti infiltrati nelle organizzazioni terroristiche mondiali e tra i ranghi delle nazioni canaglia ma, nonostante tutto, Nathan sospettava che qualcuno dei suoi colleghi stesse tramando contro di loro.
Il giorno successivo sarebbero cominciate le indagini e le interviste con la macchina della verità, ma il giovane agente sapeva che per chiunque avesse avuto un addestramento specifico, come il loro, la macchina della verità sarebbe stata piuttosto semplice da ingannare.
[Fine capitolo 1]
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