Il presupposto filosofico del libero mercato nasce come esigenza del capitalismo di esercitare un controllo diretto sull’economia. Alla base troviamo l’ ideale utopico per cui, attraverso la maggiore competitività, ogni uomo, con un controllo diretto dei propri capitali e attraverso il suo lavoro, possa effettivamente produrre, grazie alle proprie competenze, una maggiore ricchezza personale.
Sarebbe bello, anche se mi trova poco d’accordo, che ognuno potesse realizzare il proprio potenziale lavorativo in un sistema davvero concorrenziale. Purtroppo, dietro la propaganda liberista esiste un’ aspetto che non viene rimarcato ma spesso occultato. Chi propugna questo ideale omette un punto essenziale e fondamentale: generalmente dietro si celano dei grandi capitalisti che tendono ad accentrare risorse e potere sempre più nelle loro mani e sempre più spesso atti a creare dei veri e propri monopoli.
Tutto molto scontato e risaputo ma è bene sempre ripeterlo. Ipoteticamente si partisse tutti da zero si potrebbe generare forse una migliore propagazione del benessere, anche se è nell’essenza e nelle logiche del capitalismo la concentrazione della maggior quantità di beni nelle mani di pochi individui. Questo perché fondamento della sua riuscita è la competitività fra esseri umani. Tale concorrenza si traduce in effetti su un accentuazione dei più bassi istinti dell’essere umano sostituendo i più elementari principi etici con i più rozzi e beceri interessi personali.
A livello filosofico si potrebbe affermare che il potere, la voglia di prevaricare e accumulare si impossessa dell’uomo rendendolo un fantoccio, una vittima della sua stessa natura predatrice. Invero coloro che pensano all’uomo come essenzialmente egoista, dimenticano che la base di moltissime società del passato, ma anche odierne, erano fondate su una visione più sociale della vita comunitaria. Un caso emblematico è quello dei Nativi americani. Senza volerli idealizzare, come spesso accade, molti nativi disponevano di una base democratica fondata sulla partecipazione di tutta la tribù alle decisione di interesse collettivo.
Un esempio emblematico è quello degli indiani della costa Nord occidentale, gli Irochesi, dove le decisioni politiche erano tenuto da un consiglio formato dalla collettività dei clan e dove si discuteva, talvolta anche per giorni, fino a che tutti i partecipanti fossero d’ accordo. Si doveva in questo senso limare le proprie istanze, sino a che si giungesse al bene comune. Ho citato il caso degli irochesi, ma questa base democratica era presente in molte società di quell’area culturale. Di estremo interesse è poi l’ organizzazione sociale. A discapito dei luoghi comuni generalmente le donne non erano sottomesse, anzi. Molto spesso la proprietà dei beni apparteneva alla famiglia delle donne, così come i lavori agricoli spettavano alle femmine, mentre l’ organizzazione politica e la caccia competevano all’uomo. Come detto nel caso irochese, la donna nominava un uomo che si occupava degli interessi del proprio clan e la sua investitura poteva essere revocata in ogni momento se il suo apporto alla causa del clan non era utile. Addirittura alcune società di matrice individualistica, caratterizzate da elevata stratificazione come quella degli Tlingit, era presente l’ equivalenza delle nostre ricche famiglie di discendenza,ma vi era una diversa concezione dell’accumulo. Venivano infatti organizzate cerimonie annuali o straordinarie chiamate Potlach dove, per cause diverse, venivano ridistribuiti i beni delle famiglie potenti a quelle meno abbienti attraverso la somministrazione di beni sia alimentari, materiali e spirituali. In tal contesto, quindi si esaudiva l’istanza individualistica incentrata sulla libera espressione delle proprie forze, capacità e competenze. Principi sviluppati grazie al commercio, alla caccia, alla pesca e all’arte. E nel contempo si soddisfaceva anche l’ aspetto sociale e solidaristico grazie alla distribuzione dei beni, configurandosi così, come una società dove gli aspetti legati ad un necessario individualismo e quelli social- integrativi venivano appagati in maniera equa.
Fatta questa breve digressione possiamo considerare due aspetti fondamentali delle pecche propagandate dai fautori del liberismo:
1. Mistificare l uso della parola libertà, tralasciando però il fatto che, grazie a questa parola, si fornisce mano libera agli interessi dei grossi capitalisti, a discapito delle classi subalterne, concepite come soggetti da sfruttare per i propri interessi egoistici.
2.La liberalizzazione come fattore d’ efficienza, e minor spesa sociale per gli stati, anche nei settori di interesse pubblico, alla lunga non si traduce in ciò ma esattamente nel suo opposto.
Infatti è evidente come nel caso italiano le varie privatizzazioni dei settori bancari ferroviari, del settore siderurgico e di molte aziende di stato abbia prodotto un’ impoverimento generale. All’epoca si affermava il concetto che queste aziende erano continuamente in perdita, facendo intendere che strutturalmente non potevano reggere senza grosse perdite. Su questo ci sarebbe da obiettare; in primo luogo perché se un azienda è gestita in malo modo è normale che una circostanza simile accada. In secondo luogo perché se la mentalità è quella dello sperpero di risorse siccome tanto “paga lo stato”, si prefigura un problema d’ ordine culturale anziché strutturale. Infatti un’ azienda gestita con senso civico, per il bene comune e dove i lavoratori svolgono al meglio le loro mansioni, consapevoli dell’importanza che il bene collettivo si traduce inevitabilmente in quello proprio, non può che delinearsi come qualcosa di realmente produttivo e allo stesso tempo sociale. Ma soprattutto, anche nel caso delle imprese pubbliche, il profitto non costituisce l’ obiettivo primario ma è l’interesse collettivo, come scopo sociale, ad essere predominante. Inoltre, nel lungo periodo la tesi della maggior efficienza e minor spesa non ha ragione d’ essere. Questo perché il capitalista ragiona in termini di massimizzazione dei profitti. Il plusvalore di concezione marxista viene si investito, ma in gran parte, per speculazioni personali e lo stretto necessario per gli investimenti. Mentre in un azienda di Stato con tutti i problemi riscontrati (torno a ripetere, soprattutto di ordine culturale) tale plusvalore è usato nell’investimento di altre attività pubbliche generando di conseguenza un benessere alla società intera. Mentre nelle forme liberaliste specialmente nelle concentrazioni monopolistiche per ottenere la massimizzazione del capitale, si prefigura l’ esigenza, si di investire, ma soprattutto di tagliare i costi perché il margine di guadagno aumenti sempre più. E cosa sono questi costi? I costi maggiori riguardano la voce dei dipendenti e quella della manutenzione.
Non è un caso (guardiamo la situazione Italiana degli ultimi 20 anni) se grandi aziende pubbliche, contenitori di grandi masse lavoratrici, oggi invece diventate pubbliche o semi pubbliche, stiano diminuendo la forza lavoro in maniera sempre più repentina. Questa perdita di lavoro si traduce così in una minore ricchezza per i singoli dove il lavoro si configurare sempre più come un offerta al ribasso e innanzitutto in una condizione di progressiva perdita dei diritti lavorativi. In tal contesto viene a mancare uno dei capisaldi del libero mercato: maggior ricchezza per tutti. Una società di questo genere dove la politica è stata completamente esautorata dal mercato e dove le decisioni importanti non sono decise dal popolo e dai suoi rappresentanti non può che scadere in forme di convivenza simili alla schiavitù. Il benessere ingenerato non può che produrre schiere di poveri sempre più poveri e ricchi sempre più ricchi. E qui emergono tutte le contraddizioni della liberalizzazione.
In settori di primaria importanza come i trasporti, la sanità, il sistema pensionistico, che dovrebbero consegnare un servizio ai cittadini e per i cittadini come primo obiettivo, si contrappone la logica del massimo profitto in mano a poche persone. Nessuno vuole negare un’ iniziativa d’ impresa, ma, in settori così importanti, stiamo assistendo ad una vera degenerazione sociale.
Fonte: capitanessuno.blogspot.com
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