No ponti no parti

Nella recente manovra economica uno degli aspetti che ha avuto un elevato impatto nell’immaginario collettivo è stato senz’altro il capitolo relativo all’accorpamento delle festività civili con l’obiettivo di evitare i cosidetti “ponti” ed al fine di aumentare la produttività complessiva. Tutto ciò ci fa tornare indietro di qualche mese ed alle polemiche montate sul caso della concessione della festività del 17 marzo, per cui una parte delle forze politiche ed imprenditoriali, dimenticando in realtà che nel 2011 le festività sarebbero state comunque ridotte rispetto agli altri anni, avevano levato gli scudi per difendere una giornata di lavoro che se persa avrebbe causato loro danni economici rilevanti.

E’ evidente che nel decreto approvato la scorsa settimana sono stati inseriti alcuni aspetti che nulla hanno a che vedere con il recupero delle risorse necessarie a ridurre il debito pubblico (cito ad esempio il capitolo relativo alla possibilità di licenziare più facilmente) ma che sono da sempre obiettivo dell’attuale parte politche maggioritaria e che sono stati impropriamente aggianciati alla manovra economica “salva fallimento” al fine di poterli far approvare da una larga maggioranza con la motivazione dell’urgenza e totale necessità per evitare il default del paese.

Fatta questa premessa doverosa occorre analizzare più in profondità gli effetti che questa norma potrebbe avere in futuro: ma di qual produttività si parla? Probabilmente ci si riferisce ai dipendenti sia del settore pubblico che di quello privato, da qualche anno considerati “la palla al piede” delle opportunità di crescita del sistema Italia ed accusati di costare eccessivamente e lavorare troppo poco. Queste considerazioni stridono con i dati del’Ocse che vedono gli stipendi medi italiani fra i più bassi in Europa , relegandoci al 22° posto fra i maggiori paesi industrializzati con un aberrante carico fiscale del 46.9%( archiviostorico.corriere.it/2011/maggio/12/Salari_italiani_sotto_media_prelievo_co_9_110512029.shtml). Inoltre spesso i singoli lavoratori si prendono carico di compiti e responsabilità che i ben più pagati manager evitano di assolvere e fanno fronte con il prorio impegno ed ingegno personale ai ritardi nell’organizzazione produttiva dovuto alla cronica mancanza di investimenti degli imprenditori italiani, troppo preccupati di destinare le risorse generate dalla gestione all’elusione fiscale (quando non all’evasione!) ed al pagamento immediato degli utili agli azionisti come unico misuratore della salute dell’azienda. La creazione di valore non può essere un obiettivo solo di breve termine ma deve far parte di un piano a più lungo termine e l’investimento nelle risorse umane genera ritorni ben più elevati anche se non sempre immediati.

Appare pertanto semplicistico il risultato dell’equazione più ore lavorate = maggiore produttività ma è bensì evidente la cronica miopia della maggioranza degli imprenditori italiani incapaci di vedere al di là dei propri confini e con prospettive temporali limitate a pochi mesi. D’altronde la formazione degli imprenditori attuali deriva o dall’improvvisazione nella gestione ereditata delle aziende di famiglia o da una formazione elitaria e squisitamente teorica adottata nelle università economiche. Tutto ciò avrebbe continuato ad avere effetti “locali” se la classe politica attuale non fosse composta in primis da esponenti di questa imprenditorialità, che hanno tentato, con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti, di applicare le regole della gestione aziendale ad un’intera nazione coinvolgendo negli effetti delle loro scelte un intero popolo.

Ecco perchè l’applicazione della norma relativa all’acorpamento delle festività appare assolutamente iniqua e frutto di una visione parziale della gestione delle risorse della nazione: il ritorno economico generato dai ponti festivi vale miliardi ( www.repubblica.it/politica/2011/08/14/news/piccoli_comuni_scenari-20435896/ ), soldi che fungono da volano non solo per il settore turistico ma per tutto l’indotto che comporta, a partire dagli esercizi commerciali locali che in questi anni sono stai i più penalizzati dal crollo dei consumi. Si potrebbe pertanto verificare uno scontro fra due opposti settori economici , le grandi aziende (compresa la grande distribuzione) che beneficieranno di tale provvedimento, ed i piccoli operatori economici del turismo e del commercio che inevitabilmente saranno penalizzati da esso. Ritengo che il danno all’Erario derivante dalle minore entrate delle imposte indirette e delle tasse turistiche sia effettivamente superiore a quanto prodotto privatamente dal recupero della produttività, in quanto peraltro la maggiore ricchezza prodotta dalle aziende fuoriesce dal circolo produttivo e degli investimenti per entrare nel circolo vizioso delle rendite finanziarie dei singoli imprenditori, se non addirittura venire destinato all’esportazione di capitali all’estero (in particolare nei cosidetti “paradisi fiscali”).

Ma soprattutto i veri sconfitti sono tutti gli italiani che si vedono sottrarre un importante pezzo della loro cultura nazionale ed un’imporante occasione di socialità, vissuta sia a livello famigliare che di comunità. E’ alquanto riduttivo misurare la ricchezza di una nazione dal solo indicatore del prodotto interno lordo, è ora di sfatare il falso mito di questo parametro che ha generato nel corso degli ultimi anni la corsa sfrenata alla concentrazione della ricchezza verso pochi settori, deteriorando il tessuto sociale e le effettive possibilità di sviluppo globale,termine inteso come disponibile per tutti. La crescita, il progresso vanno misurati con fattori non strettamente economici che producono pertanto effetti duraturi e non scalfibili da nessuna crisi finanziaria. La gioia di vivere del popolo italiano, la capacità di cogliere gli aspetti migliori della vita indipendentemente dalle proprie condizioni sociali ed economiche sono sempre state le bandiere del nostro paese che ci hanno reso famosi ed invidiati nel mondo. “La dolce vita” non era riservata ad un’elite ma era una mentalità ed un modo di vivere che ci veniva invidiato in tutto il mondo, il primo vero marchio “made in Italy”. Proprio perchè ormai l’inqiua distribuzione della ricchezza verificatasi in particolare negli ultimi decenni ha ridotto le possibilità di sviluppo individuale, la possibilità di godere delle bellezze naturali ed artistiche della ns. nazione e l’elevata socialità che il flusso trtistico comporta rimangono fra le poche ricchezze ancora usufruibili, e la proposta di soppressione da parte di dell”ttuale governo ritengo che possa configurarsi nei risultati un effettivo atto antidemocratico.

 

Fonti:
archiviostorico.corriere.it;
repubblica.it;

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