Yassin Al Fayed stava camminando per la strada con l’andatura di una tranquilla passeggiata anche se era pienamente consapevole del rischio che stava correndo. Non era la prima volta che doveva incontrarsi con un contatto, ma sicuramente era la prima che aveva richiesto un incontro con così poco preavviso e con così poca pianificazione. Richiedere l’incontro più o meno urgente era semplice, bastava mettere un annuncio su uno dei quotidiani locali, non sempre lo stesso per questioni di sicurezza, nella sezione “cuori solitari”. Negli annunci non doveva far altro se non scrivere le cose che normalmente si trovano in questi, ma doveva sempre aggiungere un colore ed una parola scelta da una lista accordata anni addietro; tutte queste parole riportavano un errore che poteva essere di ortografia o di battitura, l’importante era che ci fosse e che facesse sapere chi aveva scritto l’annuncio. Questa volta la parola era “cvalli” ed il colore “viola” che stava ad indicare massima urgenza. Non veniva utilizzati i soliti colori rosso, giallo e verde per le priorità, sarebbe stato troppo scontato ed individuabile, ma bensì marrone, azzurro o blu, e bianco. Viola non era mai stato utilizzato prima di allora. Alla fine dell’annuncio veniva riportato il numero di telefono e di fax, che avrebbero sempre dato come risultato “numero errato”, e questa volta il numero riportato era 4024-302534/14062 seguito dalla richiesta di chiamare solamente in orario notturno. Per chi sapeva come leggere il messaggio, la codifica era molto chiara: 40°24’30.25”O – 3°41’40.62”N, le coordinate dell’incontro. Dopo circa mezza giornata dalla pubblicazione dell’annuncio assieme alle molte altre che arrivavano giornalmente su un account appositamente creato, arrivavano un paio di e-mail di spam al suo indirizzo di posta elettronica ed al loro interno, tra una promozione per improbabili pillole od una vincita milionaria a qualche lotteria cui non aveva mai partecipato, venivano segnalati l’orario di incontro e le parole chiave. Talvolta questo bastava, ma questa volta bisognava essere più precisi, così con una banale scusa si era fatto aprire la porta della vicina di casa ed aveva gettato tra la sua spazzatura un semplice foglietto di carta bianca, che agli infrarossi rivelava la scritta “uomo invisibile”.
Di tanto in tanto si fermava a guardare una vetrina per cercare di capire se tra le persone che vedeva riflesse nel vetro ci fosse qualcuna già vista durante la giornata, ma fino a quel momento sembrava che nessuno avesse fatto caso a quell’uomo che portava un vestito di lino color crema, la barba incolta e gli occhiali da sole. Per essere sicuro di non essere seguito girò a vuoto ancora mezz’ora prima di avviarsi verso il luogo dove avrebbe incontrato il suo contatto per metterlo a conoscenza dei folli piani di guerra di cui era venuto a sapere.
Arrivato in Calle de Santa Isabel tirò fuori il biglietto dalla tasca della giacca ed entrò nel Museo Nacional Reina Sofia.
Aveva una certa predilezione per i musei come luogo di incontro in quanto sapeva che nessuno avrebbe potuto seguirlo all’interno senza avere prima acquistato il biglietto che spesso risultava indisponibile a causa delle prenotazioni ed inoltre non aveva mai fatto segreto ai suoi compagni del suo amore per l’arte e della sua laurea umanistica conseguita negli Stati Uniti.
Una volta entrato nel museo si finse un semplice turista e per un’altra mezz’ora passò da un quadro all’altro senza dargli troppa importanza fino a che non raggiunse “L’uomo invisibile” di Salvador Dalì.
Si guardò attorno per qualche minuto ma vide solo un gruppo di scolari in gita, un uomo che era troppo in là con gli anni per essere il suo contatto ed una donna che stava uscendo dalla stanza. Era in anticipo, così sistemo con cura gli occhiali nella taschino della giacca, fermò le lancette dell’orologio sulle 12.07 avendo cura di renderlo ben visibile sul polso destro e si fermò, in piedi, davanti alla tela con le mani intrecciate dietro la schiena.
Non aveva scelto di tenere l’incontro davanti a quel quadro per qualche motivo particolare, ma semplicemente perché qualche giorno prima aveva letto il nome della tela su una rivista ed al momento di scegliere il luogo dell’incontro quel nome gli era tornato alla mente, ma ora che lo stava osservando si rese conto che lo attraeva e che faceva fatica a distogliere lo sguardo da quel dipinto surrealista.
Corpi di donna seminudi, ombre allungate da una strana luce, un cavallo sullo sfondo, acqua, statue, costruzioni e nuvole, tutto a deviare l’attenzione dall’uomo invisibile che sta seduto al centro della scena. Un brivido gli corse lungo la schiena quando si rese conto che quell’uomo era lui, invisibile, mimetizzato tra realtà diverse ed accerchiato da specchietti per le allodole al fine di distogliere l’attenzione dalla sua vera identità, ma guardando con attenzione l’uomo invisibile prendeva forma e diventava visibile al mondo intero. Si chiese quanto tempo sarebbe passato prima che anche lui diventasse visibile e di conseguenza, morto.
I suoi pensieri, ormai paranoici al pari dell’uomo che aveva dipinto quella tela, furono bruscamente interrotti da una presenza alla sua destra che lo fece sobbalzare. Era la stessa donna che pochi minuti prima aveva visto uscire dalla sala e pensò che era tornata a rivedere quel quadro che ormai aveva deciso essere il “suo” quadro.
Bionda, circa venticinque anni, con un tailleur nero e scarpe con il tacco in tinta la facevano sembrare una manager straniera che approfittava di un viaggio di lavoro per visitare la galleria. Yassin fece un passo alla sua sinistra per permettere alla donna di ammirare meglio il dipinto e lei, senza distogliere lo sguardo dal quadro, gli si avvicinò di un passo e mezzo.
«Bel quadro vero?»
A Yassin ci volle qualche istante per capire che la domanda era rivolta a lui, voltarsi verso la donna che persisteva a fissare davanti a sé e rispondere.
«Il quadro? Sì certo, è un capolavoro.»
La donna non riprese la parola e l’uomo tornò a fissare il quadro sperando che se ne andasse il prima possibile. Era già da un bel pezzo che attendeva il suo contatto e non voleva allungare ulteriormente l’attesa perché quella bella donna si era innamorata della tela di Dalì. Passarono quasi tre minuti prima che la donna riprese a parlare, nuovamente senza distogliere lo sguardo.
«E’ veramente bello, peccato che non ci siano dei fiori su quella colonna, al posto di quella buffa testa. Sa, a me piacciono molto i fiori e qui ci sono le rose, certo, ma credo che un bel vaso di begonie o margherite su quella colonna sarebbe stato sicuramente meglio di quella testa. Ma io di arte non so niente, per cui è meglio che ammiri e basta.»
L’uomo si trovò nuovamente spiazzato dall’improvviso parlare, ma era sicuro di aver sentito bene, ed anche se non si aspettava una donna, e soprattutto una così giovane donna, si rese conto che il suo contatto era lì. Begonie e margherite, le parole concordate per l’incontro. Sorrise e si girò verso il suo contatto.
[...CONTINUA...]
Approfondimenti...
«Pensi un po’, io so molto di arte e nulla di fiori, mi chiedo come abbiamo fatto ad incontrarci proprio qua; sarebbe stato più facile scontrarci per strada...
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