Ci sono storie che raccontano di un Italia diversa da quella degli stereotipi, come quella narrata da Nando Dalla Chiesa su “Il Fatto Quotidiano” ( Rocco ed i suoi fratelli di carta ).
Rocco, in fortunata coincidenza con il celebre film di Luchino Visconti, è un emigrato lucano figlio di un calzolaio approdato a Torino negli anni sessanta; come molti emigrati all’epoca vivevano in otto in due stanze, condividendo ogni istante della giornata ed ogni bene.
In famiglia lavoravano tutti ma non leggeva nessuno e così quando ai tempi delle contestazioni e manifestazioni approda alle medie conosce un professore di italiano che lo fa innamorare della letteratura; Rocco da allora coltiva un sogno, quello di diventare come il suo professore e diffondere cultura, ed infatti alla fine riesce a dirigere una libreria, con grande orgoglio.
Una delle tante storie di immigrazione, un fenomeno che ha contribuito al grande sviluppo economico del dopoguerra ma pagando il prezzo della difficile integrazione al nord degli emigranti, considerati nel sentire comune dell’epoca come appestati da evitare a tutti i costi.
Un problema che non è mai stato risolto come dimostra il successivo fenomeno social politico rappresentato dalla Lega e che oggi viene riproposto con altri protagonisti, nuovi immigrati arrivati da mondi ancor più lontani sia geograficamente che culturalmente.
Ma la bellezza della storia di Rocco sta nel capovolgere l’immagine del ragazzo del sud ignorante ed emarginato, perché qualcuno sa accendere una scintilla in lui che divamperà nel fuoco sacro della passione per la letteratura ed i libri.
Una madre straordinaria che teneva insieme un’intera famiglia, i fratelli ed il padre con tanti lavori che oggi definiremmo da precario ma alla base una cementificazione di affetti che è sempre più difficile trovare ai giorni nostri; tutte caratteristiche comuni a molte famiglie di immigrati dell’epoca ma che non hanno impedito, anzi hanno favorito, il sorgere di una nuova generazioni di sognatori pronti a scommettere su di una vita diversa in un paese migliore, frutto di uguaglianza e di rispetto reciproco.
Una generazione di idealisti che e di combattenti, una stagione sfociata nelle contestazioni della fine anni ’60 e degenerata nel buio degli anni di piombo; ma forse anche perché dall’altra parte della barricata non è stato facile per molti accettare che dopo un secolo potevamo finalmente tutti sentirci italiani e che repubblica significava “cosa pubblica” e non privilegio di pochi.
Ma Rocco il suo piccolo grande sogno ha continuato a coltivarlo, ad inseguirlo e l’ha realizzato, mantenendo la speranza di poter condividere la cultura con gli altri, perché la conoscenza non è un vuoto fine ma il principio del diritto dell’uomo all’indipendenza ed alla felicità.
Ed allora grazie a Rocco ed ai suoi fratelli, ai suoi cugini ed a tutti quelli che hanno rigenerato il DNA del nord, che ci spingono a credere in un’Italia diversa da quella delle cronache politiche e dilaniata dai razzismi campanilistici, e che ci regalano la favole da raccontare ai nostri figli.
Fonte: ilfattoquotidiano.it
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