Le origini della produzione alimentare

Con l’”invenzione” dell’agricoltura, comparsa nel Vicino Oriente già 11.000 anni fa, l’uomo da nomade diventa stanziale e non deve più dipendere esclusivamente dagli animali cacciati e dai frutti raccolti. Il passo intrapreso successivamente è costituito dalla domesticazione degli animali, usati sia come cibo che come forza lavoro nei campi. Attraverso un complesso processo di selezione delle specie, lungo migliaia di anni, i coltivatori della terra sono riusciti a far giungere fino ad oggi le varietà (vegetali e animali) che conosciamo e che rappresentano la base della nostra alimentazione quotidiana. Le prime tappe per la costituzione di una società complessa si riscontrano nella trasformazione delle abilità di caccia e raccolta verso l’agricoltura e l’allevamento. Coltivando la terra, l’uomo è riuscito a produrre cibo in abbondanza, ben oltre il fabbisogno del suo gruppo. Quindi si sono create, all’interno della società, quelle élite che saranno dispensate dal lavoro nei campi e potranno dedicarsi a svolgere mansioni differenti, slegate dalla coltivazione. L’agricoltura e l’allevamento sono comparse in diverse regioni del pianeta, dove si sono incontrate condizioni favorevoli come il clima, la biodiversità e la presenza di piante domesticabili.

“La domesticazione consiste nel trasferire le piante da una situazione naturale, di crescita spontanea, alle condizioni di coltivazione; è un processo lungo che fa si che la specie diventi incapace di sopravvivere nelle condizioni naturali, senza l’intervento umano. I primi agricoltori scelsero, ovviamente, le specie capaci di soddisfare le esigenze alimentari primarie e diedero inizio alla loro domesticazione, processo che comprende ibridazioni naturali delle diverse specie selvatiche e la loro selezione, da parte dell’uomo, per le caratteristiche desiderate. Inoltre, durante il Neolitico, gli uomini iniziarono ad utilizzare nuove tecniche per migliorare la crescita e la produzione delle piante, quali l’innesto, la semina e l’irrigazione.”1

Esercitando una pressione selettiva sulle specie vegetali, l’uomo ha modificato notevolmente le caratteristiche morfologiche delle piante. Le principali differenze tra le forme spontanee e quelle coltivate sono:

1) Cambiamenti nella riproduzione delle piante, che includono meccanismi di dispersione, germinazione e dormienza del seme: il frumento ha nelle forme selvatiche spighe con rachide fragile e spighette che si disarticolano e cadono facilmente una volta giunte a maturazione, ciò favorisce la dispersione del seme e nelle condizioni naturali la sopravvivenza delle specie; le varietà domesticate sono state, invece, selezionate dall’uomo per i caratteri rachide robusta e spighette non disperdibili (l’uomo ha favorito, quindi, un carattere patologico della pianta), così che la spiga rimane intatta anche quando è giunta a maturazione, rendendo le piante totalmente dipendenti dalla semina artificiale. I semi delle forme spontanee presentano una germinazione differente, infatti, i semi che derivano da una singola pianta non germinano tutti contemporaneamente, alcuni possono rimanere intatti anche per molti anni per sopravvivere nelle stagioni sfavorevoli e germinare quando le condizioni ambientali sono ottimali; ciò fa sì che non vadano persi tutti i semi. La dormienza dei semi è spesso correlata allo spessore del rivestimento esterno; in alcune piante la maggiore differenza tra le forme spontanee e quelle coltivate è, appunto, lo spessore del rivestimento esterno del seme che è molto più sottile in quest’ultime.

2) Cambiamenti nella porzione commestibile della pianta: le piante coltivate producono maggiore biomassa commestibile rispetto alle selvatiche. In alcune di esse, ad esempio pomodori e patate, nel corso della domesticazione si è verificata una detossificazione della parte commestibile.

3) Piante che in origine costituivano popolazioni di dimensioni ridotte e che erano presenti solo in ambienti circoscritti attraverso l’agricoltura sono diventate tra le specie maggiormente coltivate.

Le aree del mondo, in cui la domesticazione di piante e animali indigeni fu spontanea sono con certezza cinque: Il Vicino Oriente (la famosa Mezzaluna Fertile), la Cina, il Mesoamerica (Messico centrale e meridionale), le Ande e gli Stati Uniti orientali. Queste grandi aree possono comprendere molti centri di produzione più o meno indipendenti, come le valli dello Yangtze e del Fiume Giallo, rispettivamente a sud e nord della Cina. Riguardo altre possibili zone di origine (Sahel, Africa equatoriale occidentale, Etiopia, Amazzonia, Asia sud orientale e Nuova Guinea) vi sono molte incertezze riguardanti la provenienza delle specie coltivate e di alcuni animali allevati. Le prime domesticazioni accertate vanno attribuite al Vicino Oriente, qui le prime piante coltivate comparvero attorno all’8500 a.C. ed i primi animali allevati attorno all’ 8000 a.C. In Cina le prime domesticazioni accertate risalgono attorno al 7500 a.C., mentre negli Stati Uniti non si può parlare di agricoltura prima del 2500 a.C. . Sono da menzionare anche alcune aree, dove la domesticazione di piante e animali ebbe successo, ma solo dopo l’arrivo di specie che possono essere viste come “fondatrici”: vale a dire, piante e animali non nativi del luogo, che diedero il via alla produzione alimentare locale e che continuarono ad avere un’importanza fondamentale in seguito. L’arrivo delle fondatrici permise l’inizio della vita sedentaria delle popolazioni e aumentò le probabilità che qualche pianta locale fosse resa domestica, casualmente o intenzionalmente. Tra queste zone vanno menzionate l’Europa occidentale, l’Egitto e la valle dell’Indo.

L’agricoltura e l’allevamento quindi comparvero in modo spontaneo in poche aree del pianeta, con tempi assai diversi, e si diffusero da questi nuclei originari in due modi: tramite l’apprendimento delle tecniche da parte dei popoli confinanti, o con lo spostamento da parte dei primi agricoltori, che si erano già organizzati in società socialmente stratificate, grazie ai surplus alimentari. La produzione di cibo fu un’evoluzione che prese il via da attività pioneristiche e ci vollero migliaia di anni per abbandonare quasi totalmente la dipendenza dalla raccolta del cibo in favore della produzione del medesimo, sviluppando gradualmente le tecniche di conservazione e di lavorazione dei prodotti della terra. Ogni area di domesticazione presenta delle specie animali e vegetali dette “portanti”, che costituiscono il fulcro della dieta locale. Gli scavi archeologici e le ricerche condotte tendono a mostrare come i primi agricoltori si siano preoccupati molto presto di cercare un’alimentazione quanto più variata, cioè quanto più equilibrata, possibile. Così si trovano associate piante come i cereali, che forniscono essenzialmente energia (carboidrati), e i legumi, che apportano molte proteine. Associazioni di granaglie e sementi che presentano una complementarietà dal punto di vista nutrizionale, si ritrovano in altre aree di domesticazione: mais e fagioli in America centrale, fave, soia e riso in Asia orientale. Un fattore di originalità delle aree della Cina settentrionale e del Medio Oriente, è costituito dall’addomesticamento, spesso molto precoce, di numerose specie animali: pollo, maiale e bue nella Cina settentrionale; cane, capra, montone, maiale, asino, bue e, più tardi, dromedario e cavallo nel Medio Oriente e nelle aree limitrofe.
Questo permise la formazione di differenti tipologie di “pacchetti alimentari” locali che conobbero un’ampia diffusione, prevalentemente lungo l’asse est-ovest. Ad esempio grano, orzo, piselli e olivo, tutti prodotti originari del Vicino Oriente, si diffusero fino all’Europa sud-occidentale e con loro anche la capra, il maiale, il montone, il bue e l’asino. La diffusione è avvenuta prevalentemente in senso orizzontale verso latitudini simili, dove le variazioni climatiche risultano influenzate prevalentemente dalle caratteristiche fisiche locali (rilievi, lontananza dal mare). Questo ha permesso alle colture di adattarsi meglio ai nuovi terreni con caratteristiche non molto dissimili rispetto a quelli originari. Una dieta completa dal punto di vista nutrizionale è stata la base da cui presero forma i grandi imperi del passato. Il surplus alimentare derivante dai benefici dell’agricoltura permise a una parte della popolazione di dedicarsi ad altre attività, che consentirono la fioritura di alcune culture (artigiani, mercanti, guerrieri ecc). Grano, orzo, piselli, olivo, ma anche la vite, fecero la fortuna dell’impero romano che, grazie a questa millenaria esperienza in campo agricolo ricevuta dall’oriente, riuscì ad espandersi anche al di fuori del bacino Mediterraneo.
Lo sviluppo delle attività agricole ha portato ad aumenti della popolazione insediata. A cominciare dalle prime aree nella Mezzaluna fertile, in India e nella Cina settentrionale. In queste regioni il riassetto idrico (drenaggio e irrigazione) di aree relativamente vaste ha poi costituito un elemento decisivo nello sviluppo della produzione agricola. Essa si è inizialmente sviluppata nel contesto politico delle città Stato, poi in quello di stati veri e propri che esercitavano un controllo rigoroso sul mondo contadino (Egitto e Cina).agricultural_origins

Nota
1 – J. Diamond, Armi Acciaio e Malattie, Einaudi, Torino, 2000, p.81

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