Articolo scritto per italianbloggers.it
In inglese si chiama IAD. Internet Addiction Disorder. In italiano, internet-dipendenza, o netdipendenza, o retomania, dipendenza da internet… ma alla fine il nome che le danno i libri non ha importanza, ciò che è fondamentale è conoscerla, essere consapevoli che qualsiasi utente Internet ne può essere vulnerabile. Specie se è affetto da una disabilità, soprattutto di tipo sensoriale (la vista e/o l’udito); poi, se tale persona è pure priva di un lavoro e passa tutto il giorno sul computer, il rischio è davvero ai livelli d’allerta.
Io sono una persona non vedente assoluta dalla nascita, Internet per me sotto molti aspetti è stato come la manna dal cielo come strumento per la mia autonomia personale, data anche la mia forte passione che ho da sempre verso l’informatica e la tecnologia in genere però, purtroppo, in un certo senso, la rete tanto mi ha dato e tanto mi ha tolto, in quanto ho avuto per anni problemi di dipendenza e, per questo, con questo articolo voglio tentare di fare il possibile per sensibilizzare i lettori di Italian Blogger e in genere della rete, sull’effettiva esistenza e pericolosità del problema, sul fatto che il mettere in guardia sulla possibilità di diventare dipendenti dalla rete non è solo un messaggio terroristico lanciato dai mezzi di comunicazione cartacei per demonizzare internet a proprio beneficio, ma è una problematica che esiste realmente, non va ridicolizzata e si può, comunque, affrontare: solo se la si conosce e soprattutto la si ammette con se stessi, si sarà in grado di uscirne, ridando alla rete il valore che ha.
Non ho la pretesa di dare informazioni mediche o psicologiche che possano valere a 360 gradi, questa è soltanto un’esperienza personale vissuta, su cui si basa tutto il mio scritto.
Per affrontare il problema, bisogna principalmente porsi delle domande: quali possono essere alcune ragioni che spingono una persona ad avere Internet come punto di riferimento assoluto? Se oggettivamente per un motivo o l’altro mancano dei punti di riferimento nella vita reale come dei familiari o persone vicine, si può essere a rischio, ma talvolta capita anche che la persona, più o meno consapevolmente, senta che i propri riferimenti non le bastano più.
Nel mio caso, almeno, è stato così: a “fregarmi” sono stati i 2 anni in cui sono stata priva di un’occupazione professionale, mi sentivo nei confronti dei miei familiari una fallita. Non in grado di realizzare nulla di concreto e che avevo perso tutti i contatti con le relazioni sociali avute precedentemente, negli anni della scuola. La mancanza oggettiva di una totale autonomia negli spostamenti mi ha all’epoca(2000-2001) causato quindi l’impossibilità di uscire per crearmi delle nuove relazioni e mi sono ritrovata chiusa pressoché tutto il giorno dentro casa davanti al PC, e ho iniziato ad annoiarmi.
Certo, facevo anche cose costruttive -lo studio dei linguaggi di marcatura e programmazione nel web mi ha consentito di trovare nel 2002 lavoro presso un’azienda che si occupa proprio di internet, ma dal 2000 fino a fine 2001 c’è stato un vero e proprio “buco”, dalle 7 alle 12 ore al giorno passate in chat, e questo ha innescato in me il problema della net-dipendenza da cui sto uscendo soltanto da marzo 2009, perché ho dovuto letteralmente “sbattere il muso” sui rischi che stavo correndo. Rischi reali, di isolamento e di disagi, certo, ma anche legali, se fossi andata avanti per quella strada.
La internet-dipendenza è una situazione complessa, non si può credersi netdipendenti e preoccuparsi, solo perché si usa la chat, o facebook, o si gioca di ruolo.
Ci sono molte attività sulla rete che potenzialmente creano dei condizionamenti, ma la vera e propria dipendenza, ha delle caratteristiche ben precise prima tra tutte l’infelicità e il senso di vuoto quando non si è in rete, e nonostante questo si continua ad averci la volontà di fingere, nella vita reale, di essere sereni per non deludere chi ci sta attorno.
Nel mio caso la dipendenza si è manifestata tramite la creazione di un’identità fittizia, che usavo in alcune chat e iniziata per gioco, ma che poi da gioco è diventata un vero e proprio circolo vizioso da cui non riuscivo assolutamente a uscirne. Nonostante la razionalità mi inducesse a capire che sbagliavo, nonostante avessi un’inconscia paura ogni volta che scaricavo la posta, di trovarmi qualche mail dai toni ricattatori, “so tutto e se vuoi il mio silenzio paga”.
Uscirne non è facile, bisogna avere una grandissima forza di volontà oltre a qualcuno in grado di starci accanto e di accettarci senza giudicarci, o senza atteggiamenti di compassione, come purtroppo succede spesso di subire da parte di noi disabili. Solitamente, un disabile colpito da questo problema, non viene aiutato a risolverlo perché si tenta sempre di giustificarlo: “se gli si toglie il computer gli si toglie la libertà di comunicare, gli si toglie l’autonomia”, niente di più falso: credere che il computer possa sostituirsi agli occhi, alle orecchie, alle gambe, ecc… come mezzo esclusivo per crearsi “relazioni sociali senza barriere”, è soltanto un luogo comune, un’illusione, un modo forse da parte di chi non è disabile, di lavarsi la coscienza credendo di fare “del bene” senza però avere il disabile tra i piedi contribuendo, quindi, inconsapevolmente al suo isolamento sociale.
Per risolvere il problema della net-dipendenza, almeno nel caso specifico del disabile, non è necessario staccargli la spina del computer; è indubbio che questo dispositivo è utile, ma questa persona deve avere accanto delle persone, amici o familiari che siano, disposti a mettergli davanti, anche in modo brutale, la dura realtà ossia che il computer è e deve rimanere soltanto un ausilio ma non si può assolutamente sostituire ai rapporti umani e va indotta la persona ad ammettere, principalmente con se stessa, di avere un disagio. Una volta lì, si deve cercare di far scaturire nuovamente la motivazione per combattere, per riappropriarsi di se stessi. Io ero consapevole di stare male, ma non lo ammettevo con nessuno perché ritenevo di essere finita in un gioco troppo grande e impossibile da sconfiggere, invece ho avuto la fortuna di avere una persona, un’amicizia, molto importante che mi ha messo di fronte proprio alla dura realtà, sbattendo e facendomi sbattere il muso contro il problema, non dandomi altre alternative se non quella di ammetterlo e iniziare a farmi esami di coscienza per capirne le origini; la posta in gioco era troppo alta, avrei potuto avere problemi, perdendoci pure la faccia.
Sono arrivata quindi alla conclusione terribile che la internet-dipendenza esiste. Colpisce soprattutto le persone che, conoscendo per un motivo o l’altro l’ambiente internet, credono di esserne invulnerabili, ci agguanta nei peggiori momenti di debolezza, fa le radici come una pianta e rimane lì, in agguato, dando un piacevole senso di sollievo momentaneo, ma che distrugge la nostra mente a poco a poco, finendo tra l’altro per colpire dritte al cuore le persone che amiamo e nel peggiore dei modi.
Ora posso dire soltanto di aver iniziato un percorso, di essere riuscita a rivalutare la rete per ciò di buono che è, vivendo in maniera molto più rilassata anche la mia professione.
Mi sono posta quindi degli obiettivi: sensibilizzare il più possibile i giovani e giovanissimi, disabili e no, il mio desiderio è che la rete riprenda il proprio valore comunicativo e collaborativo ma senza creare false illusioni a nessuno.
Elena Brescacin
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