Un’altra attivita’ molto importante per essere accettati nella comunita’ degli uomini di Tombolo era il gioco delle carte. Chi sapeva giocare bene a carte al bar era qualcuno, ed essere accettato ad un tavolo non era facile.
C’erano delle regole segrete, non scritte ne’ verbali per cui tutti sapevano chi poteva giocare ad un determinato tavolo e chi no. Ogni giorno, dopo mangiato si andava al bar e ci si giocava il caffe’, ma piu’ che il caffe’ ci si giocava la reputazione ed il posto nella segreta gerarchia interna.
Nei bar di Tombolo assieme all’aria fumosa si respirava anche la liberta’, per questo erano cosi’ frequentati ed ambiti da tutti, perche’ erano porti franchi e liberi in una societa’ che stava gia’ cominciando a prostituirsi al denaro ed al potere.
In nome di tale liberta’ ed indipendenza, nessuno, nemmeno il presidente del consiglio, avrebbe potuto portare via il posto al tavolo delle carte a Jose’ Cana, nobile commerciante e mediatore tombolano.
Jose’ giocava di solito contro Beccaria. Non Cesare Beccaria autore “Dei diritti e delle pene” e suocero del Manzoni, ( Il Manzoni non avrebbe potuto finire che in beccaria, che in tombolano significa macelleria), ma Idolino Beccaria, per I tombolani non meno importante di Cesare.
Per ricordare Idolino Beccaria sarebbe stato anche intitolato uno stadio di calcio, ed il figlio di Beccaria , con lo pseudonimo di Pilotto, sarebbe divenuto piu’ tardi il presidente vincente del Padova calcio.
Le partite tra I due erano eccezionali. Traevano spunto dalla tradizione del teatro Goldoniano ( Le baruffe Chiozzote), anzi affondavano le radici nell’humus ancora piu’ antico del teatro romano: I Fescennini.
Non erano dunque partite di carte, ma rappresentazioni alle quali assisteva spesso un folto e competente pubblico. Giocavano con un accanimento spaventoso, si attribuivano I nomignoli piu’ strani, si prendevano in giro sempre rimanendo all’interno di un sistema di regole ben codificato che costituiva l’impalcatura della rappresentazione. Ci voleva cultura per assistere ad una partita.
Si giocava a Sgara, un gioco complicatissimo pieno di regole, una parte fondamentale di sgara erano I “ motti”: segnali convenzionali per far capire le proprie catre al compagno. Se prima di tirare una carta la si strisciava sul tavolo significava che si aveva una coppia, se si batteva col pugno sul tavolo indicava un tris, se si batteva tirando il seme di bastoni si possedevano quattro carte di quel valore.
Se mentre un giocatore faceva questi motti faceva anche l’occhiolino allora era tutto invertito: si strisciava con tre carte uguali e si batteva con due, ma se mentre si faceva l’occhietto si colpiva la gamba del compagno con un calcio sotto la tavola, significava resettare tutti I messaggi precedenti, quell’ultima serie di segnali era stata data solo per ingannare gli avversari.
Dopo anni di sgara i piu’ esperti con I motti componevano anche delle poesie e potevano usare questo linguaggio tra di loro per dialogare di qualunque cosa , dal commercio alla filosofia, dalla religione all’astrofisica. Certo se qualcuno aveva qualche tic nervoso trasmetteva cose dissennate e finiva per litigare con tutti. I Bisegato usavano motti, personalizzati, non ufficiali, si narra che durante la guerra fredda si siano arricchiti usando I loro motti per fare spionaggio industriale.
Se I motti fornivano la fredda informazione sul contenuto, le bestemmie fornivano ragguagli sullo stato d’animo dei giocatori: esprimevano volta per volta protesta verso eventuali errori del compagno, soddisfazione per una determinata giocata, dubbio su di una strategia ecc.. ecc.. un vero termometro dell’emotivita’dei giocatori.
Un esperto psichiatra avrebbe potuto facilmente far diagnosi di depressione o di disturbo bipolare semplicemente sedendo ad un tavolo del bar, assistendo al gioco ed ascoltando il tono delle bestemmie.
Uno dei momenti di innovazione nei bar fu quando venne introdotto quell’incredibile marchingegno chiamato flipper. Ricordo ancora quando portarono il macchinario all’interno delle sacre mura del bar Centrale a Tombolo.
I piu’ anziani clienti ed I piu’ tradizionalisti espressero immediatamente I loro sospetti e la loro disapprovazione. A loro sembrava di dissacrare un luogo che per anni si era sempre conservato uguale a se stesso, l’ultima novita’ era stata rappresentata dall’introduzione della televisione che aveva scosso per qualche tempo la vita del bar introducendo gente estranea che poco capiva di tradizioni, gerarhie e leggi interne.
Il flipper venne portato nel sotterraneo del bar accanto al bigliardo, per non disturbare il gioco delle carte che si svolgeva invece nella grande e fumosa sala principale. Il costo di una partita era 50 lire e dopo I primi momenti di esitazione tutti cominciarono a giocare. Il gioco del flipper non era a quei tempi un gioco individuale , ma collettivo, attorno al giocatore si formavano capannelli di tifosi che incitavano e davano consigli.Si apprese ben presto l’ arte della spinta : Bisognava spingere il flipper senza pero’ provocare l’interruzione dei circuiti elettrici : il “ Tilt”. Il tilt venne studiato nei minimi dettagli, esso era procurato da due dispositivi all’interno della macchina, il primo era un pendolino all’interno di un cerchio metallico, se le oscillazioni del flipper facevano si che il pendolino toccasse il cerchio il gioco si interrompeva. Il secondo era una pallina metallica che scorreva sopra un piano inclinato se raggiungeva la cima della salita faceva scattare un contatto che procurava il tilt. Attraverso questo studio si arrivo’ a spingere in maniera perfetta, cioe’al massimo possibile ma fermandosi sempre un millesimo di secondo prima di provocare il tilt. A causa di questo nuovo gioco si appresero alcune nozioni di fisica : ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria. Applicando questo principio al gioco ci si accorse che , soprattutto quando la pallina usciva lateralmente, dando una spinta con un colpo secco della mano a destra la pallina tendeva ad andare a sinistra e viceversa. Il gioco del flipper divenne un’ arte, ci fece apprendere anche alcuni termini di inglese e contribui’ ad arricchire il lessico locale: andare in tilt significava e significa ancora adesso perdere la testa , perdere il controllo e spegnersi. Alla pallina venivano dati I nomi piu’ strani, uno dei piu’ azzeccati era “ Maria Stuarda” dal Verbo stuare che in tombolano significa smorzare,spegnere.
In poco tempo la febbre del flipper crebbe a dismisura, il record del punteggio si raddappio’, poi si triplico’, poi si decuplico’, le partite duravano sempre di piu’ed anche I ragazzini riuscivano a trovare 50 lire per una partita.
Davanti al flipper in certi orari c’era una fila di persone in attesa di poter giocare. Anche il prete dovette occuparsi della faccenda e parlo’ di macchine diaboliche che contribuivano alla perdizione dei giovani e ad incrementare la gia’ diffusissima abitudine alle bestemmie gia’ cosi’ tristemente diffusa nel paese.
Poi qualcuno si accorse che le monete fuori corso, I cinquanta franchi dei tempi del fascismo potevano essere usati al posto delle cinquanta lire per giocare. Da allora Silvano, il propietario del bar trovo’ ben poche monete valide all’ interno del flipper. C’era addirittura chi all’esterno del bar vendeva le monete fuori corso per 10 o 20 lire l’una.
Poi ci si accorse che anche altre monete fouri corso potevano servire, bastava spingerle violentemente con un’abile mossa contro la fessura per l’ingresso delle monete.Dopo questa fiammata di passione iniziale il flipper divenne banale, eravamo diventati tutti troppo bravi, I tifosi cominciavano a diminuire ed il gioco perse d’interesse lasciando il gioco delle carte padrone assoluto del bar.
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