Quando avevo diciotto’anni ed ero un ottimo giocatore di club, il miglior tennista italiano era ancora Nicola Pietrangeli, Panatta era un ragazzone piuttosto obeso con un bellissimo dritto sia piatto che anticipato, un rovescio molto insicuro, un bel gioco di volo e una grandissima classe. Gli altri giocatori di prima categoria si chiamavano Mimì Di Domenico, Ezio Di Matteo, Paolo Lazzari, Ricci Bitti, Castigliano, Lombardi, Crotta e il barone Marzano.

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Tra le donne la regina indiscussa era Lea Pericoli. Le racchette con cui giocavamo erano piccole e di legno: erano i tempi della Maxima Torneo e della Dunlop. Questi attrezzi richiedevano una precisione assoluta: bisognava colpire la palla al centro della racchetta o non andava assolutamente al di là della rete.

Forse per questo, anche un giocatore di club come me poteva giocare con tutti quei giocatori professionisti di cui ho precedentemente parlato. Ti davano 6/0 6/0 ma si poteva palleggiare e non si sfigurava eccessivamente.

 Ora se un giocatore di club volesse giocare con un professionista, con le nuove racchette e nelle superfici veloci non riuscirebbe assolutamente a rispondere al servizio, non riuscirebbe nemmeno a vedere la palla e gli converrebbe entrare in campo munito di casco e di protezioni per non essere preso a pallate.

 Il tennis era sicuramente meno atletico e più tecnico. La cosa più bella di allora era che potevi vedere un giocatore come Ken Rosenwall, sicuramente non atletico, era alto soltanto 1,65 m. e non aveva certo un servizio potente, che a 41  arrivava in finale al torneo di Wimbledon per perdere poi facilmente da Jimmy Connors.

Il gioco quindi si basava più che sulla potenza, sulla varietà dei colpi, sulle strategie di gioco e sulla capacità di concentrazione. Le partite erano sicuramente più drammatiche ed il pubblico poteva partecipare anche emotivamente ai drammi dei giocatori.

Ora si vedono solo gran pallate, grandi gesta atletiche, ma si è perso, almeno a livello maschile, il bello di questo nobile gioco. A quei tempi si potevano vedere tutti i colpi: dritti e rovesci anticipati, ritardati, colpiti in top o in back, smorzate ripetute, e pallonetti. Nessuno serviva e scendeva immediatamente a rete e forse si vedeva anche meno gioco di volo, ma ogni partita racchiudeva in sé la sua piccola storia ed il suo piccolo dramma.

A livello internazionale tenevano banco Ilie Nastase, L’altro istrione romeno Ion Tiriak, Tom Okker, l’olandese volante, Kodas, Rosenwal, Alexander, John Newcomb, Jimmy Connors. Un biondino svedese si stava già facendo avanti a rivoluzionare il  tennis giocando un poco ortodosso rovescio a due mani ed uno strano dritto, come un arrotino impazzito: Biorn Borg.

 I noti comici Rino Tommasi e Gianni Clerici dovevano ancora arrivare.

 Alcune partite mi sono rimaste particolarmente impresse: ricordo che a Mestre ,in un incontro di Davis, Ilie Nstase cercò di infliggere il classico cappotto 6/0 6/0 6/0 al nostro Adriano Panatta. Il Rumeno riuscì ad arrivare fino a 6/0 6/0 4/0 prima che Panatta, sostenuto da un pubblico calcistico, riuscisse a fare qualche gioco. La partita terminò poi 6/0 6/0 6/4 per Nastase, ma l’Italia passò il turno.

Un’altra memorabile partita fu la finale ai campionati Italiani tra Pietrangeli e Panatta, al Foro Italico. Pietrangeli era stato appena escluso dalla coppa Davis perché i tecnici di allora pensavano che fosse già finito. Nicola giocò quel torneo col dente avvelenato ed eliminò ad uno ad uno tutti  giocatori italiani: Di Domenico, Di Matteo, Lazzari, Crotta e Castigliano, lasciando loro soltanto pochi giochi a partita. Arrivò in finale dove trovò l’astro nascente Adriano Panatta.

Vinse Panatta al quinto set, ma la partita fu memorabile e piena di contenuti tecnici e soprattutto umani. Era quello il bello del tennis: talento contro talento, vecchio contro giovane, esperienza contro freschezza atletica, orgoglio contro entusiasmo. Ricordo ancora il commento di Pietrangeli a fine partita:” Dedico questa partita e questo torneo ai sapientoni che hanno deciso di escludermi dalla coppa. Non è stata un semplice partita di tennis ma un’ esperienza di vita, un episodio catartico che potrebbe anche servire da psicoterapia. Questo era il bello del tennis di allora!