Islanda con i suoi debiti e la finanza mondiale.

Difficilmente la Gran Bretagna e i Paesi Bassi invieranno a Reyk­javik le loro cannoniere prima del 6 marzo, data nella quale gli is­landesi saranno chiamati a vota­re in un referendum se pagare o meno i propri debiti, con esito quasi certo. Poi, non si sa. Ma il caso islandese avrà in ogni mo­do sicuri riverberi sulla situazio­ne della finanza internazionale.

Nel nuovo millennio, l’Islanda ha conosciuto un boom completa­mente carburato dal suo settore finanziario. Un Governo cieca­mente liberista ha buttato alle or­tiche ogni forma di regolazione e ha permesso alle banche del pic­colo Paese (306.694 abitanti nel luglio del 2009) di gettarsi alla conquista dei mercati internazio­nali, indebitandosi a breve per in­vestire a lungo termine e in stru­menti finanziari innovativi, del genere cartastraccia bond, per in­tenderci. Nello Spazio Economi­co Europeo, le banche islandesi potevano operare liberamente, purché il Governo offrisse una ga­ranzia dei depositi. Il bubbone è esploso nel 2009, quando le mag­giori banche sono state naziona­lizzate e Landesbanki, la Nume­ro Uno, ha fatto default. La suc­cursale Internet, Icesave, in par­ticolare, si stava portando con sé i risparmi di migliaia di britanni­ci e olandesi.

I governi dei due Paesi sono allora intervenuti, in­dennizzando totalmente i loro cittadini coinvolti nel crac e ri­chiedendo poi indietro i soldi a Reykjavik, sulla base della garan­zia che questa avrebbe dovuto prestare e che aveva in effetti pre­stato ai residenti islandesi. Un ac­cordo in questo senso è stato fir­mato a due riprese. Ma di fronte alla richiesta di respingerlo fir­mata da 60.000 elettori, il presi­dente islandese era tenuto a in­dire un referendum – appunto quello che si svolgerà il 6 marzo. Il 62% degli elettori vuole che il trattato non sia ratificato. Dal mo­mento dell’indizione del referen­dum si sono moltiplicate le pres­sioni sull’Islanda. Il Fondo mo­netario, che stava concordando il pagamento della seconda tran­che di un finanziamento di 2,1 miliardi di dollari, ha interrotto l’iter in attesa della votazione. A ruota, anche la Svezia ha blocca­to la sua parte del prestito di 2,5 miliardi deciso dai Paesi scandi­navi: il primo ministro Fredrik Reinfeldt ha detto che l’erogazio­ne seguirà il pagamento da par­te del FMI, aggiungendo che si aspetta che l’Islanda onori i suoi impegni verso Gran Bretagna e Paesi Bassi. Londra per parte sua ha minacciato di bloccare l’iter dell’adesione islandese all’Unio­ne Europea, che consentirebbe al Paese di affrontare più facil­mente gli anni durissimi che si profilano.
La posizione del Governo islan­dese è che le norme sullo Spazio Economico Europeo non tengo­no conto delle situazioni di ri­schio sistemico, e quindi non do­vrebbero essere applicate a que­sto caso.

Il Governo sostiene poi che sono colpevoli anche i rego­latori britannici e olandesi. Quan­to all’uomo e alla donna della strada, la loro riluttanza a cari­carsi di un peso schiacciante per guai combinati da un piccolo nu­mero di banchieri disinvolti si può capire benissimo: si tratta di sborsare più di 16.000 franchi per abitante, uomo donna o bambi­no. In pratica, un raddoppio del debito pubblico islandese. Chi ri­tiene che gli islandesi debbano pagare fa notare che la popola­zione ha goduto di una rapida crescita economica grazie alla mancanza di regolazione, e che la libertà di attirare risparmio da altri Paesi deve accompagnarsi a garanzie sufficienti. Se in qual­che modo l’Islanda riconoscerà la propria responsabilità, le con­seguenze saranno soprattutto per i suoi abitanti, che dovranno ras­segnarsi a una decina d’anni di tiro della cinghia. Se alla fine gli islandesi non pagheranno, inve­ce, l’intero sistema della finanza internazionale riceverà un colpo durissimo. Non solo l’isola sareb­be emarginata dal sistema finan­ziario mondiale, ma diverrebbe probabile un inceppamento di esso per la crisi di fiducia che ne seguirebbe. Il ripristino di condi­zioni operative accettabili potreb­be avvenire solo all’interno di blocchi economici in cui la ne­cessaria regolazione sarebbe uni­formata fino nei dettagli. Chi pro­pone un condono non tiene con­to che l’Islanda non è il Lesotho: il Paese è fra i più ricchi del mon­do. Ma l’argomento veramente decisivo è che ci sono Paesi mol­to più grandi, a cominciare dagli Stati Uniti, che potrebbero piglia­re la palla al balzo per evitare a loro volta di coprire eventuali crac all’estero delle loro istituzioni fi­nanziarie – cosa che segnerebbe la fine del sistema finanziario. Una prospettiva agghiacciante.

Paolo Brera
Foto : Reykjavik

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